Un viterbese in Antartide – “L’inverno sta arrivando”

Un viterbese in Antartide – “L’inverno sta arrivando”

E' un mondo ricco di meraviglie l'Antartide, con Pagnanelli lì - quel viterbese di Pagnanelli - a guardare. E così fa guardare tutti noi, che seguiamo ormai da mesi questa straordinaria e unica avventura.

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E’ un mondo ricco di meraviglie l’Antartide, con Pagnanelli lì – quel viterbese di Pagnanelli – a guardare. E così fa guardare tutti noi, che seguiamo ormai da mesi questa straordinaria e unica avventura.

 

Siamo quasi alla fine. L’estate ha raggiunto il suo culmine e ora si scende verso il freddo, verso le parti inferiori del termometro, mentre nel cielo le nubi iniziano ad arrivare con maggiore frequenza e il mare si agita sempre più spesso.

Con le ultime mareggiate, la forza del mare ha sgretolato alcuni “piccoli” frammenti della parte terminale del Drygalsky, così come viene chiamata quella lingua di ghiaccio immenso che esce per circa 100 chilometri dalla linea di costa verso il mare, sotto la pressione ciclopica del David, l’altro ghiacciaio che scende dal plateau.

La corrente poi ha fatto il resto, inesorabile, noncurante del tempo che passa e delle distanze. Non c’è fretta, il mare, la natura e la vita legata a tutti questi cicli siderali, si applica e si adegua senza patemi al cambiamento che non si vede. Una lentezza difficile da percepire che sembra legare tutto ciò che è intorno come in un quadro già dipinto da secoli e che, invece, mostra i cambiamenti ogni mattina, ogni qualvolta che ritorno nella mia finestra privilegiata.

La corrente oceanica infatti, recentemente ha preso questi blocchi, li ha sollevati, cullati nel mare scuro e li ha trasportati per centinaia di chilometri. E dopo giorni di viaggio, di boati e di collisioni, gli icebergs arrivano da sud. Prima dei blocchi come camion, poi altri grandi come case, poi come candidi transatlantici e infine delle vere e proprie città di ghiaccio galleggianti con tanto di grotte, archi e colonne.

La corrente li trascina e li porta a morire dentro la baia. Lì, col mare più quieto, si sfaldano, si incastrano ed infine si siedono sul fondo, con le forme più disparate, come le nuvole di quando ero piccolo. C’è quello fatto come un divano, l’altro che sembra Godzilla, l’altro come una cisterna. Milioni di tonnellate d’acqua dolce, vecchie migliaia di anni ti passano così di fronte, camminando come opulenti signori, palesando un’immobilità che invece denuncia energia.

E così un blocco si inclina, la testa scompare, pensi che abbia raggiunto un suo equilibrio che abbia finito il suo corso e invece, dopo 3 ore, lo rivedi come lo avevi visto prima della sua rotazione. Così Nick mi chiama, mi dice prendi la macchina fotografica, esci un attimo, vieni a vedere.

E dietro quel sorriso roccioso, sempre in maniche di camicia anche a meno 10, mi porta in cima alla rupe, mi dice: “guarda…” E mi appare questo.

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