Un viterbese in Antartide – “L’abbraccio a Nadia, una di famiglia”

Un viterbese in Antartide – “L’abbraccio a Nadia, una di famiglia”

Una brutta notizia arriva sullo schermo del computer di Bruno. Lui è lì tra i ghiacci dell'Antartide, tra le temperature sotto zero dell'estate di un posto remoto. Nadia, "una di famiglia" e madre del facchino Alessio Malè se n'è andata. Così il diario di questo giorno è dedicato a lei, al suo ricordo, a un abbraccio mandato a distanza.

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Una brutta notizia arriva sullo schermo del computer di Bruno. Lui è lì tra i ghiacci dell’Antartide, tra le temperature sotto zero dell’estate di un posto remoto. Nadia, “una di famiglia” e madre del facchino Alessio Malè se n’è andata. Così il diario di questo giorno è dedicato a lei, al suo ricordo, a un abbraccio mandato a distanza.

 

E’ mattina qui. Ho aperto il pc e ho controllato la mail, come al solito. Ida mi ha scritto, anche lei, come al solito.
Un tono diverso, invece, diverso dal solito. Qualcosa è successo. Mi era già capitato un’altra volta, nella stessa condizione e, ahimè, me lo ricordo ancora.

Oggi leggere è stato triste, perché oltre a quella sensazione piuttosto comune d’impotenza, di fronte alla morte di una persona cara, si aggiunge quell’altra, fortissima, legata alla lontananza per la quale tu non puoi veramente nulla, non puoi fare niente. Non ci sei. Non ci sei davvero. Puoi solo rimanere a guardare quelle formiche nere sullo schermo, puoi solo scrivere. Non puoi abbracciare nessuno, non hai il contatto con gli occhi, non vedi nulla, non tocchi con mano, non senti. Puoi solo ricordare le persone a cui hai voluto bene.

La conoscevo, mi ha visto nascere, crescere, diventare grande. Chiedeva di me, aveva premure anche a distanza.
L’ho vista tempo fa, per l’ultima volta. Nadia, l’amica di sempre di mia madre, che l’ha sempre chiamata “la Nadia”, (ha telefonato la Nadia, ho parlato con la Nadia, sono stata su da la Nadia). Era sempre nell’aria quel nome, la sentivo spesso, era sempre nelle parole di ogni giorno. Insomma una di casa.

Mi offrì un pranzo speciale il 3 settembre del 2015, quando accompagnai Alessio, il figlio, nella sua vestizione da facchino, quando entrai nel suo mondo, in quella sorta di rito ancestrale che porta al trasporto della Macchina di Santa Rosa. Un giorno di intimità rubata, solo per riuscire a capire un po’ più quel tutto che mi stava intorno. Non servì a molto, perché ancora oggi alcune cose di quei giorni, di quella “cosa”, ancora non me le spiego, ma almeno ci provai.

E lei c’era, come c’è sempre stata per i figli. Anche lei, provò a spiegarmi cos’era il mondo dei facchini, quella sorta di storia antica, fatta di uomini e di mani, di spalle e di palle, si, anche lei provò a dirmi cos’era, vista da dentro.

Ed ho un ricordo speciale. Era tutto magico quel giorno, dall’emozione provata, dal caldo, dalle polpette col sugo, all’odore di cucina, alle foto sui muri, alle attenzioni per me che ero ospite a quelle per il figlio che andava a vestirsi di bianco e di rosso. In quella che è una sorta di celebrazione messianica.

Nadia era lì, minuta, quasi scompariva di fronte al figlio e al nipote. La ricordo di fronte ai fornelli, in quella sorta di rito, quei piatti di porcellana, quel sugo pieno, le sue mani piccole, quell’amore pazzesco per tutto ciò che quel pranzo significava. Con quelle foto sul muro a guardare che ancora accadesse. Ancora una volta.

Oggi nevica qui e l’unica cosa che posso fare è dedicarti un abbraccio Alessio. Salutala da parte mia. Auguragli buon viaggio. Digli che quel pranzo e quelle pentole sapevano di casa, sapevano di buono.

Vi abbraccio, a te e a tua sorella. Il bianco, oggi, questo bianco, da così lontano, è l’unica cosa che posso darvi.

 

LA redazione de La Fune abbraccia il facchino Alessio Malè e la famiglia. 

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