Un viterbese in Antartide – “La mappa non è il territorio”

Un viterbese in Antartide – “La mappa non è il territorio”

Lì sembra tutto piccolo e invece è davvero enorme. Anche tu ti senti piccolo e infatti lo sei. Cerchi di concettualizzare quello che ti circonda ma alla fine la realtà è sempre in agguato. Ecco una nuova pagina che Bruno Pagnanelli ci manda dall'Antartide.

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Lì sembra tutto piccolo e invece è davvero enorme. Anche tu ti senti piccolo e infatti lo sei. Cerchi di concettualizzare quello che ti circonda ma alla fine la realtà è sempre in agguato. Ecco una nuova pagina che Bruno Pagnanelli ci manda dall’Antartide.

 

Il bello e il brutto dell’Antartide è che stravolge tutti i riferimenti, massacra la percezione, distribuisce dubbi straordinari come fosse un contadino che semina a spaglio, e poi disarma la consapevolezza quella che possiedono tutte le persone comuni.

Questo panettone gigantesco, infatti, coperto da una coltre di ghiaccio che varia dai 2 ai 3 chilometri di spessore, contornato dalla più grande mutazione stagionale del mondo (l’estensione e la ritrazione del ghiaccio marino) ogni tanto mi ricorda una frase che spesso, forse troppo spesso, utilizzo nelle lezioni che propongo. E’ una sorta di regola che, con una frase piuttosto criptica, cita che “la mappa non è il territorio”. In pratica si afferma che tutto ciò che idealizziamo, studiamo, supponiamo, spesso è confutato dalla realtà.

Ad esempio: io ho una mappa dietro la mia postazione che copre un’intera parete, tre metri per due. Contiene e aggrega tutte le carte geografiche della zona incollate insieme, che costruiscono così l’area che utilizziamo per le nostre attività. E’ tutta coperta di plastica, ha una miriade di segni sopra, di nomi, di disegnini delle pompe di benzina che identificano i posti dove mettiamo il carburante, di linee, di post-it messi a segnalare cose o date.

E’, in sostanza, la rappresentazione grafica del territorio su cui viviamo ed è tutta lì, una finestra, di carta e plastica disegnata con segni, colori e lettere che dovrebbero far idealizzare ciò che c’è fuori le pareti, dietro quelle vetrate calde che circondano la sala in cui lavoro. La guardo spesso, leggo i nomi, mi diverto a seguire i percorsi, confronto le altezze delle montagne, comparo ciò che conosco e che ho visto con quello che leggo. Immagino le macro aree e scruto con simpatia quelle vicine, quelle che hanno qualcosa di familiare.

E mi sorprende, soprattutto, guardare sulla carta i posti intorno, quelli che conosco a menadito, i punti più vicini.
Dico spesso: “Eh sì eh, è qua dietro, è facile, si vede, possiamo fare… senza problemi”. Poi ti capita che ci vai di persona, che sali sull’elicottero con Lee, (il pilota che stanotte ha fatto la notte in bianco per sapere se a Kaikoura, sua moglie e le sue tre figlie erano salve dopo la scossa di terremoto) e vai nei posti che reputi facili.

E ti accorgi che anche fare cinquecento metri a piedi è fatica, che il vento punge, che le dita fanno male e che se senti freddo è già troppo tardi. Così come quando, nei pressi di una cascata di ghiaccio, dici: “Bella ma è piccolina” e così arriva Massimo, la guida alpina che ti guarda come un alieno e ci va di corsa per fare una foto.
Così lo guardi che inizia a camminare… passano cinque minuti e non arriva mai! E così scopri che quello che sembra piccolo diventa enorme, quello che è vicino diventa incredibilmente lontano. Dovrei dirlo a Ida. Ad esempio, Ikea per me è come Cape Adare, non ci si arriva mai e faccio una gran fatica ad andarci…

bruno

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