Un viterbese in Antartide – “Ho sentito Tony Evans, il pilota sudafricano, ridere di cuore per radio”

Un viterbese in Antartide – “Ho sentito Tony Evans, il pilota sudafricano, ridere di cuore per radio”

La bellezza piatta dell'Antartide negli occhi del nostro Bruno Pagnanelli. Ma in questo piattume c'è tanta di quella vita e complessità che anche una risata contiene dentro un mucchio di cose. Un po' come il bagaglio con cui ti porti dietro casa, o qualcosa di questa.

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La bellezza piatta dell’Antartide negli occhi del nostro Bruno Pagnanelli. Ma in questo piattume c’è tanta di quella vita e complessità che anche una risata contiene dentro un mucchio di cose. Un po’ come il bagaglio con cui ti porti dietro casa, o qualcosa di questa.

 

Altra giornata, altro aereo in arrivo, altre attese, altro sonno perso. Christian e Francesco studiano mappe da ieri. Ci sono nuvole basse dicono, l’aereo è a rischio. Già perché l’aereo, sempre per il famoso motivo di cui sopra, se trova un ambiente poco cooperativo, non parte proprio dalla Nuova Zelanda. Se succede, a terra rimarranno una quarantina di persone che dovranno aspettare tempi migliori. E a volte, questi tempi migliori, arrivano dopo 3-4 giorni, una volta addirittura dopo sei.

Durante questo periodo si passa da uno stato di trance a uno stato di veglia in maniera ciclica. Per il passeggero antartico significa: alzarsi ogni mattina alle 5, vestirsi con lo scafandro (tutto l’abbigliamento previsto) e gli scarponi lunari e andare a fare il check-in all’Antarctic Center, dopodiché, dopo aver fatto tutte le procedure, egli deve aspettare notizie sulle condizioni meteo, il famoso GO-NOGO message. Contemporaneamente, i piloti controllano se c’è vento, nuvole basse, copertura totale, quella che togli la definizione dell’orizzonte o della superficie. Queste cose, un po’ più tecniche ma estremamente importanti, servono a chi dovrà poi pilotare una cinquantina di tonnellate su una superficie completamente uniforme, per sapere se avrà poi dei riferimenti visibili, illuminati adeguatamente per stimare la distanza che lo separa dal touch down.

E così mentre una serie di dati e di comunicazioni si susseguono sui canali dedicati, il passeggero antartico rimane ad aspettare nella sala dell’Antarctic center. A quel punto o parte oppure lo avvertono che tutto è rimandato. E allora via, ci si toglie lo scafandro e ci si mette quello che è rimasto nello zaino perché la borsa, ahimè, non te la ridanno. Una volta fatto il check-in, infatti, la tua valigia, con la tua vita dentro, con un pezzo di casa, di profumo dei tuoi cassetti, scompare su una paletta d’acciaio e la rivedrai solo a destinazione.

Significa che se parti dopo 6 giorni, le calze e la maglietta condiranno di soffritto di cipolla la camera dell’albergo dove ritornerai a dormire e la carlinga dell’aereo nel volo successivo. Esiste comunque una sorta di patto latente, una compassione ragionevole. Significa che quelli più esperti, quelli che hanno molte spedizioni sulla schiena, ti controllano di sottecchi, vedono come ti muovi, vedono se sei uno sprovveduto e allora, quando la pena che produci intacca la loro esperienza, te lo dicono. Ti si avvicinano e ti fanno: “Senti, mettiti un cambio nello zaino… non si sa mai”. Un po’ come quando tua madre ti diceva: “Mettiti la maglietta pulita, non sia mai viene qualcuno…”

Comunque, il limite grosso per l’aereo, a parte le meteo, è il carburante. Se parte con 11 ore di autonomia e per arrivare ne servono 7, è evidente che se dovesse giungere da queste parti, dopo un viaggio così lungo, non può tornare indietro se il tempo è cattivo. Deve per forza atterrare: o da noi o nel posto più vicino che comunque è a 400 chilometri. Significa che le condizioni meteo devono essere buone sia a Baia Terranova che a Mc Murdo. Insomma una vera e propria croce per chi pianifica.

Ieri Christian e Francesco hanno fatto un nuovo miracolo. Quando mi sono svegliato il cielo era blu, completamente pulito. Nell’arco di due ore, l’umidità del mare invece ha sollevato nubi basse che hanno coperto tutto il mondo che si vede di norma, togliendo definitivamente quella definizione così necessaria all’atterraggio.
Loro lo sapevano. Io invece ho passato le sei ore e mezzo di attesa, dal momento della messa in moto all’arrivo, come se fossi una partoriente. E poi sono arrivati, sono usciti come una piccola mosca sopra lo sperone Cape Washington, a 50 miglia, nel grigio più totale. Cazzo, mi sono detto, è incredibile vedere un oggetto, un aereo nel caso specifico, a così tanta distanza. Eppure qui è possibile, l’aria è così pulita che tutto sembra vicino mentre invece, è desolatamente, incredibilmente, impossibilmente lontano.

Hanno virato a destra e mi hanno detto che erano fuori le nubi. In quel momento uno di questi lenzuoli di vapore gelato si è scostato ed ha permesso al sole di illuminare la baia, lì dove abbiamo costruito i 3 km di pista. Allora gli ho detto: “Continuate la discesa, guardate alla vostra destra, a 50 chilometri c’è un luogo baciato dal sole! Lì dovete atterrare.”

Ho sentito Tony Evans, il pilota sudafricano, ridere di cuore per radio. “ I will comply!” mi ha detto ridendo. Dopo mezz’ora ci è venuto a trovare, ci ha stretto la mano e ha detto che ricorderà per sempre quella frase…

 

 

 

Nella foto: un esempio di “fata morgana” al largo di Cape King, in pratica un miraggio sul mare di ghiaccio.

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