Un caffè insieme – Medina e l’Islam

Un caffè insieme – Medina e l’Islam

Miei adorati lettori, l’articolo di oggi tratterà della situazione in cui si trovava la città Medina. Nell’oasi cominciò una nuova vita. Uniti nella nuova religione, gli abitanti di Yathrib trovarono finalmente armonia e concordia.

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Miei adorati lettori, l’articolo di oggi tratterà della situazione in cui si trovava la città Medina. Nell’oasi cominciò una nuova vita. Uniti nella nuova religione, gli abitanti di Yathrib trovarono finalmente armonia e concordia.

Per gettare le basi di una nuova comunità che non si basava più sui vincoli di sangue, ma sull’identica fede dell’Altissimo e rafforzare quella stessa fede, il profeta Muhammed (pace e benedizione su di lui) decise di istituire uno speciale legame fraterno tra i credenti originari dell’oasi, denominati Ansar (ausiliari), e quelli provenienti dalla Mecca, Muhajirun (emigrati). A ogni emigrato assegnò un particolare ausiliario e viceversa, così che tutti i credenti fossero uniti tra loro.

La condizione degli emigrati era difficile, lasciando la Mecca avevano perso tutti i loro beni e la nuova solidarietà alleviò in parte questa miseria. Qualcuno di loro riuscì a mettere a profitto le capacità per le quali già eccelleva; un esempio per tutti è quello di Abdurrahman Ibn Auf. Era stato uno degli uomini più ricchi della Mecca ma quando arrivò a Medina non disponeva più di nulla. L’ausiliario che il Profeta (pbsdl) gli aveva assegnato, al colmo dello slancio fraterno gli disse: “Possiedo due case, prendine una; possiedo due giardini, uno è il tuo”. Abdurahman lo ringraziò e gli disse: “Indicami solo dov’è il mercato”. Vi si recò, comprò qualche merce a credito e la vendette guadagnando; pagò il debito e ne comprò dell’altra. Nel giro di pochi mesi era di nuovo uno degli uomini più facoltosi della comunità; quando morì, dovettero usare la pala per spostare l’oro che aveva accumulato.

Il sentimento di fratellanza non era tuttavia unanimemente condiviso. Due categorie di persone che vivevano nell’oasi avevano mal sopportato l’arrivo del Profeta (pbsdl) e il nuovo clima venutosi a creare tra i miscredenti e gli ipocriti. Il primo gruppo era sostituito soprattutto dagli appartenenti ai clan ebraici di Yathrib. Nella loro grande maggioranza non avevano accettato che ci potesse essere un nuovo profeta non ebreo e, pur riconoscendo il messaggio, non erano disposti a riconoscere il Messaggero.

Di loro parlava il sublime Corano nella Sura “Giovenca “, che fu rivelata proprio nel primo periodo medinese, al 109° verso: “Tra la gente del Libro, ci sono molti che, per invidia, vorrebbero farvi tornare miscredenti dopo che avete creduto e dopo che, anche a loro, la verità è apparsa chiaramente! Perdonateli e lasciateli da parte, finché Allah non invii il Suo ordine, in verità Allah è Onnipotente”.

Una testimonianza in proposito venne negli anni successivi da Safiyyah figlia di Huyay, che divenne una delle spose dell’Inviato di Allah. La giovane, figlia di uno dei più importanti capi ebrei di Khaybar, raccontò che da bambina era rimasta colpita da quanto aveva sentito dire da suo padre e suo zio a proposito di Muhammed (pbsdl). I due uomini, poco tempo dopo l’arrivo del Profeta a Yathrib, erano andati a vederlo e a sentirlo parlare. Tornarono scuri in volto e preoccupati. “Allora è proprio lui – disse uno – è il Profeta di cui parlano le nostre scritture ?”. Sì – rispose il fratello. “Lo dobbiamo riconoscere? Chiese il primo”. “Mai!- concluse l’altro – Anzi , lo combatteremo con tutte le nostre forze”.

Un altro fatto che doveva aver indispettito non poco gli ebrei era stato il cambiamento dell’orientazione rituale nell’assolvimento della preghiera. Fino ad allora i musulmani avevano sempre pregato rivolgendosi verso Gerusalemme , ma il profeta Muhammed (pbsdl) sentiva che erano maturi i tempi di dare un segno certo del ritorno alla purezza iniziale del culto abramico. Quale miglior segno se non quello di rivolgersi verso il tempio che lo stesso Abramo e suo figlio Ismaele avevano costruito?

La rivelazione giunse puntuale: “Ti abbiamo visto volgere il viso al cielo. Ebbene, ti daremo un orientamento che ti piacerà. Volgiti dunque verso la sacra moschea. Ovunque siate, rivolgete il volto nella sua direzione. Certo, coloro a cui è stato dato il Libro, sanno che questa è la verità che viene dal loro Signore. Allah non è incurante di quello che fate”.

Il fatto era avvenuto in maniera netta e clamorosa. L’inviato di Allah (pbsdl) stava guidando l’orazione del mezzogiorno nella casa di Bishr ibn Bar, quando a metà dell’orazione ricevette il versetto contenete l’ordine di rivolgersi verso la Ka’ba. Così, abbandonando l’orientamento verso Gerusalemme, si volse in direzione della Mecca.

Quando poi vennero inviati messi per informare tutti i credenti di questo fatto, essi giunsero presso alcune comunità mentre erano riunite in preghiera. Essendo rivolto verso nord l’imam si alzò, risalì le file degli oranti per compiere una rotazione di 180°, che lo ponesse con la fronte a sud, in direzione della Mecca. Questo fatto provocò un minimo di scompiglio e la gente dovette riallinearsi.

In questo contesto qualcuno provò a rinfocolare i vecchi odi tra Aws e Khazraj, utilizzando la poesia per ricordare loro le trascorse ostilità. Essa era la sola arte in cui eccellevano gli arabi al tempo della predicazione dell’Inviato di Allah (pbsdl). In una società che sopportava la durezza della vita nel deserto grazie all’altissima considerazione che aveva di se stessa, delle sue virtù guerriere, del suo senso dell’onore e dell’estrema suscettibilità tribale, i poeti erano considerati dei veri e propri divi.

Si riteneva che fossero dei posseduti, che la loro vena avesse origine magica e i clan se ne contendevano i favori coprendoli di onori e regali. Essi erano la memoria storica della tribù e, cantando gli antichi fasti dei suoi guerrieri, eccitavano gli uomini al combattimento e alla bravura.

Nei loro versi le considerazioni etiche erano utilitaristiche; per gli arabi politeisti il bene si identificava immancabilmente con gli interessi della tribù e un vecchio torto riesumato era sempre valido motivo per giustificare violenze e razzie contro odiati vicini. Si può ben comprendere come i poeti fossero i cantori di quella anarchica conflittualità che dilaniava la società araba. L’Islam, con la sua missione pacificatrice e unificatrice, si poneva in aperta antitesi agli interessi di questi personaggi; essi se ne resero conto ben presto e impegnarono la loro arte al servizio dei nemici di Allah e del Suo Inviato (pbsdl).

Per la prima volta la poesia usciva dai suoi limiti di particolarismo tribale e assumeva un ruolo di difesa di quello stesso tribalismo che la predicazione di Muhammed (pbsdl) minava alle sue fondamenta, sostituendogli il concetto di Umma (comunità dei credenti). Il Profeta stesso (pbsdl) fu preso di mira e crudelmente attaccato dai poeti e poi difeso ed elogiato da quelli di loro , che avevano riconosciuto la sua missione.

Per quanto riguarda gli ipocriti, essi erano quelli il cui comportamento il Corano stigmatizza con la più grande precisione, come si riporta dal 8° verso al 12°verso di Sura “Giovenca”. Tra gli uomini vi è chi dice: “Crediamo in Allah e nel Giorno Ultimo! E invece non sono credenti. Cercano di ingannare Allah e coloro che credono, ma non ingannano che loro stessi e non se ne accorgono. Nei lori cuori c’è una malattia e Allah ha aggravato questa malattia . Avranno un castigo doloroso per la loro menzogna. E quando si dice loro “Non spargete la corruzione sulla terra , dicono: “Anzi, noi siamo dei conciliatori! Non sono forse questi i corruttori? Ma non se ne avvedono”.

  • Cocci Luca

    In pratica le fonti islamiche ci vorrebbero far credere che due uomini RICONOSCONO che un tizio è il profeta di cui parlano LE LORO SCRITTURE ma si rifiutano di riconoscerlo.
    Geniale! Ahaha…

    “Tornarono scuri in volto e preoccupati. “Allora è proprio lui – disse uno – è il Profeta di cui parlano le nostre scritture ?”. Sì – rispose il fratello. “Lo dobbiamo riconoscere? Chiese il primo”. “Mai!- concluse l’altro – Anzi , lo combatteremo con tutte le nostre forze”.

    Ma che senso ha credere a queste assurdità e addirittura cercare di convincere il mondo intero a crederci?

Natale Viterbo