Ultraitaliani, il libro del viterbese Ricucci in edicola con Il Giornale

Ultraitaliani, il libro del viterbese Ricucci in edicola con Il Giornale

Da giovedì 20 ottobre, e per una settimana, in edicola in allegato con Il Giornale 'Il coraggio di essere ultraitaliani'. Un libro scritto a sei mani e tra queste anche quelle di un figlio della Tuscia: Emanuele Ricucci.

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Da giovedì 20 ottobre, e per una settimana, in edicola in allegato con Il Giornale ‘Il coraggio di essere ultraitaliani’. Un libro scritto a sei mani e tra queste anche quelle di un figlio della Tuscia: Emanuele Ricucci.

Classe ’87, scrive per Il Giornale, in cui è anche titolare del blog “Contraerea” su ilgiornale.it, e per Libero. Caporedattore de “IlGiornaleOFF”, inserto culturale del sabato del quotidiano Il Giornale. E’ nel team dei collaboratori “tecnici” di Marcello Veneziani. Ama la sua provincia d’origine e l’Italia, a cui di fatto dedica questo lavoro dove sono raccontati anche altri pezzi di Tuscia. Siamo andati a intervistarlo.

Come nasce questo lavoro?

“Nasce dall’osservazione della circostanza Italia. Ormai il nostro Paese si sta lentamente trasformando in una circostanza e sempre meno in una certezza, in una continuità. Si è sempre meno italiani, si è sempre meno affezionati all’italianità – di cui la massima declinazione oggi è il made in Italy; il buon vino, le cuciture a mano… -, ci si sente sempre meno contestualizzati come cittadini d’Italia e d’ Europa, in un Paese di corrotti, furbetti, lazzaroni, ritardatari che mette in fuga i cervelli ed è l’ultimo della classe. Italianità significa molto di più. È possibile esaltarne il senso ancora oggi in un’epoca che viaggia a velocità siderale, persa nel riconoscere la propria identità reale mentre si specchia in quella virtuale? Mentre si fa i conti con la povertà, con le famiglie indebitate, con migliaia di ragazze e ragazzi che sognano un mutuo e che hanno il portfolio pieno e il portafoglio vuoto? Un lavoro fatto a 6 mani: da me, Antonio Rapisarda, giornalista de Il Tempo, e Nuccio Bovalino, sociologo, ricercatore del Ceaq Sorbonne e studioso dei media. Abbiamo dimostrato come vi siano ancora, sparsi nelle pieghe del tempo, nella durezza del territorio, avamposti di italianità, italiani da esempio, da cui far ripartire il senso corretto di coscienza nazionale”.

Di cosa parlate?

“Di quegli italiani che tifano Italia ad oltranza. Ultra come ultrà. Ma non nel senso ghettizzante e stereotipato del termine. Il contrario: nel senso vitalistico della definizione. Nell’imprenditoria come nell’arte, nello sport come nella politica, nella scienza e nel pensiero, esistono italiani capaci di rappresentare il miglior senso del significato di italianità. Esempi che abbiamo raccolto e spiegato, pagina dopo pagina, capitolo dopo capitolo. Trasversali, reali, concreti. Nomi noti e ignoti del nostro panorama nazionale. Abbiamo raccontato le loro “gesta”, illustrando ogni volta una sfumatura di carattere italico, di italianità come pregio, per come, negli anni, l’abbiamo sempre intesa positivamente. Da Brunello Cucinelli a Bernardo Caprotti; dal sindaco di Bagnoregio a quello di Nardò; da Alex Zanardi a Roberto D’Agostino; da Sergio Pirozzi a Giovanni Lindo Ferretti e così via. Un atlante delle virtù. Il Paese ha bisogno del coraggio degli ultraitaliani. Un viaggio breve, costituendosi come un pamphlet; un breviario che però potrebbe riempirsi abbondantemente – e agilmente – di altri nomi ed esempi”.

Qual è l’obiettivo?

“Risvegliare la virtù assopita. Evitare il piagnisteo nazionale a comando. Non è il renzismo, tantomeno il berlusconismo. Non sarà il grillismo e la dicotomia destra/sinistra. Si può, si deve andare oltre – ultra, appunto – per riscoprire il valore della nostra gente, del nostro popolo, capace di ricordare se stesso e di interpretare, come eccellenza, il futuro; dei nostri giovani, a cui abbiamo riservato un finale “speciale”; non è più l’epoca dello scontro diretto ma deve essere quello della complicità generazionale. Tutto (o tanto) oggigiorno è per come si comunica. Gli italiani sono affetti da bulimia di informazione, bombardati da una comunicazione troppo inflazionata, che svilisce e sminuisce, negativizza il nostro Paese e il suo essere alle porte del progresso, limitando le “buone notizie”, quelle capaci di offrire speranza in una terra culla di civiltà. Eppure un’altra strada verso la redenzione è possibile, in tempi in cui l’Italia è la seconda casa al mare dell’Europa, di massificazione, di moneta unica, di turbocapitalismo, di disconoscenza di radici e confini, di valori nazionali e tradizioni”.