Teatro Unione, chi “domerà” il bisonte dei conti?

Teatro Unione, chi “domerà” il bisonte dei conti?

Aperta la porta chi paga? L'Unione non è infatti un semplice teatro di periferia ma un vero e proprio edificio teatrale. Questo comporta dei costi nudi di gestione importanti.

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L’apertura dello storico teatro del capoluogo è alle porte, almeno così si racconta. Al via in certi ambienti cittadini il toto-direttore artistico. La parte sicuramente più teatrale dell’intera vicenda. Con i retroscena, le cordate, i papabili e gli eterni cardinali.

Buon fumo scenico, che permette di distogliere l’attenzione sul centro della vicenda. Aperta la porta chi paga? L’Unione non è infatti un semplice teatro di periferia ma un vero e proprio edificio teatrale. Questo comporta dei costi nudi di gestione importanti. Basta pensare al riscaldamento, tanto per mettere sul tavolo una voce di spesa. Una volumetria significativa che porta con sé pesanti costi ogni volta che la porta si apre. C’è poi la luce da accendere, i costi del materiale tecnico ma anche quello dei tecnici e del personale amministrativo.

Le voci da incolonnare, una dopo l’altra, sono davvero tante. E considerando il quadro in cui ristagna l’economia del Paese e di buona parte del mondo Occidentale in generale iniziano ad addensarsi nuvoloni sul futuro di questo teatro. Serve un direttore artistico bravo, capace di portare a casa finanziamenti pubblici e privati. Serve un manager vero in grado di tenere in piedi il tutto. L’uomo che sappia pagare tutte le bollette, le buste paga e far fronte alle necessità quotidiane.

Ecco perché la partita che ha in mano l’amministrazione Michelini è di quelle da farti venire i capelli bianchi. Il rischio di fare passi falsi e chiudere tutto prima dell’inizio del secondo atto del primo spettacolo di primavera concreto. E questo è tanto vero quanto l’importanza che Viterbo torni ad avere uno spazio teatrale vero. Ma non sono più i bei tempi andati, quelli delle vacche grasse. Serve gente con idee vere, rapporti veri, capacità di attrarre soldi veri. E forse anche ciò potrebbe essere appena sufficiente a garantire la sopravvivenza. Anche perché si riapre un teatro in una città dove il senso proprio dell’andare al teatro è andato perso in questi cinque anni di serrata. Anche perché dentro le tasche delle persone c’è meno liquidità di un tempo e i gusti sono contemporaneamente mutati.

Servono domatori adatti “al bisonte” dei costi. Michelini & Co. inizino presto la caccia e sarebbe bene che fosse davvero grossa. Lontana dalle tentazioni dei nomi televisivi e delle nostalgie e alla ricerca di concretezza e di un futuro possibile.