SCRITTI SULLA SHOAH – Manuel Gabrielli: “La memoria della vergogna”

SCRITTI SULLA SHOAH – Manuel Gabrielli: “La memoria della vergogna”

27 gennaio, Giornata della Memoria. Con La Fune abbiamo deciso di dedicare un periodo di riflessione sulla Shoah e sulla memoria. Per questo abbiamo chiesto a diversi rappresentanti del tessuto sociale viterbese di intervenire. Pubblicheremo, di giorno in giorno degli scritti, appositamente realizzati. L’intervento di oggi è firmato dall'editore di Decarta Manuel Gabrielli.

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27 gennaio, Giornata della Memoria. Con La Fune abbiamo deciso di dedicare un periodo di riflessione sulla Shoah e sulla memoria. Per questo abbiamo chiesto a diversi rappresentanti del tessuto sociale viterbese di intervenire. Pubblicheremo, di giorno in giorno degli scritti, appositamente realizzati. L’intervento di oggi è firmato dall’editore di Decarta Manuel Gabrielli.

 

di Manuel Gabrielli

 

Il tempo guarisce più o meno ogni cosa, pensiamo per esempio a un grande dolore come la scomparsa di una persona cara. Il cordoglio durerà giorni, mesi, nei casi più gravi anni, ma il più delle volte la volontà di rimuovere un tale dolore, insieme all’azione del tempo, finirà per diluire l’intensità dell’emozione permettendoci di continuare con la nostra vita. Il senso di vergogna invece non viene guarito dal tempo. Possiamo avere difficoltà a richiamare alla memoria il volto di un caro scomparso anni fa ma difficilmente scorderemo il senso di vergogna, seppur di minore importanza, provato durante qualche figuraccia fatta a scuola. Il giorno della memoria è una celebrazione atipica, perché, per quanto utilizzi la data della liberazione di Auschwitz per ricordare un fatto deplorevole come il genocidio degli ebrei, tende a far pressione soprattutto sul senso di vergogna.

La vergogna però parte da lontano e non ha niente a che vedere con “l’imposizione” di questa ricorrenza da parte dell’ONU. Sinceramente, più di ognuno di questi 13 giorni della memoria trascorsi dal 2005 (anno di inizio), sono rimaste enormemente più impresse nella mia mente le pietre d’inciampo dell’artista tedesco Gunter Demnig. Sono dei Sampietrini d’orati, con inciso sopra il nome e la sorte di un ebreo deportato, che vengono posti in corrispondenza dell’ingresso di casa di quest’ultimo.

Qui a Viterbo, dal 2014, ce ne sono 3 ben visibili a Via della Verità 19. Da qui, nel 1944, Emanuele Vittorio Anticoli, Letizia Anticoli e Angelo di Porto, furono deportati ad Auschwitz per mai più ritornare. Sempre a Via della Verità 19 in quegli anni viveva la mia famiglia e per quanto, per questioni di età, mi rimanga solo un vago ricordo di qualche discorso fatto da mia nonna prima di morire, posso immaginare il senso di impotenza, e successivamente di vergogna, che possano aver provato loro e in generale i vicini di casa di ogni ebreo deportato. Sono sicuro che per la testa di molti, una volta appurato il fatto che quelle persone non sarebbero mai più tornate, sia passato il pensiero: “avrei potuto fare qualcosa?”.

È sul far riaffiorare questo pensiero che oggi viene basata questa celebrazione, fatemelo dire, un po’ pedante, che è il giorno della memoria. È un giorno di vergogna ereditata, durante il quale ci viene chiesto un po’ a tutti di sentirci responsabili e colpevoli di una strage avvenuta più di settantanni fa.

Devo essere sincero, sto scrivendo queste righe perché per quanto riconosca la mostruosità dell’Olocausto, non riesco a riconoscere a pieno il valore di questa ricorrenza. L’Organizzazione delle Nazioni Unite ha imposto questa data e ha ricevuto, come ogni imposizione, una risposta ipocrita e di circostanza. Oggi è considerato vergognoso non riconoscere l’Olocausto e quindi in maniera molto ipocrita, e soprattutto per quieto vivere, finiscono per riconoscerlo, solo il 27 gennaio, anche persone che ogni giorno non si risparmiano in commenti sulla pulizia etnica o sull’antisemitismo.

Rappresentano sicuramente una minoranza ma basti pensare che il giorno della memoria, insieme alla ricorrenza dell’eccidio delle Fosse Ardeatine, è per molte persone, soprattutto provenienti dagli ambienti di estrema destra, una data di cui burlarsi in totale negazione del fatto oppure durante la quale approfittare per rivendicare la ricorrenza anche di altri massacri, uno su tutti le foibe, avvenuti durante il ‘900 da parte dei regimi comunisti.
Per quanto non mi trovi d’accordo sulla negazione, e il dibattito su chi abbia fatto più danni tra regimi di destra e sinistra lascia il tempo che trova, devo riconoscere il fatto che non possono esistere eccidi e genocidi di maggiore e minore importanza.

Perché non vengono ricordati con la stessa enfasi il quasi milione e mezzo di Armeni fatti sparire durante la prima guerra mondiale, o gli Ucraini morti durante la carestia di Holodomor, o i Serbi in Jugoslavia, i Cambogiani uccisi dagli Khmer Rossi, i Tutsi sterminati dagli Hutu e i Musulmani perseguitati in Bosnia nei primi anni ’90? Per non parlare di tutta una serie di fatti “minori” compiuti dal governo degli Stati Uniti tra cui uno su tutti è la sparizione istantanea di più di 200.000 persone tra Hiroshima e Nagasaki.

E la risposta me la so dare da solo. In primis perché la storia la scrivono sempre i vincitori e quindi omettere le proprie colpe da parte dell’Unione Sovietica e Stati Uniti d’America è stato facile. E poi perché effettivamente l’Olocausto è avvenuto sotto il naso degli Europei, perché alle leggi razziali il popolo Italiano non si è opposto come avrebbe dovuto e soprattutto perché molte delle nostre famiglie hanno nella memoria un vicino di casa che non è più tornato.

In questi ultimi anni la sfida si rinnova davanti ai nostri occhi. Quando Hitler e Mussolini salirono al potere la Germania e l’Italia erano ridotte ai minimi termini e fu proprio a causa di questa disgraziata situazione che gli ebrei, nel silenzio generale, diventarono il capro espiatorio su cui sfogare le frustrazioni di tutta l’Europa. La sfida si rinnova perché se l’Italia versa oggi in condizioni economiche precarie non è colpa né nostra né tantomeno di chi qui è appena arrivato.

Quindi il mio invito per il prossimo 27 gennaio non è a ricordare una vergogna antica ma a celebrare una moderna consapevolezza.