Sarno, vent’anni dopo la strage in Italia si muore ancora di frane e d’incuria

Sarno, vent’anni dopo la strage in Italia si muore ancora di frane e d’incuria

Il 5 maggio 1998, dopo giorni di piogge torrenziali, un fiume di fango travolse Sarno, inghiottendo case e spezzando vite umane. Furono centosessanta le vittime di quella tragedia che coinvolse anche altri comuni della valle, come Quindici, Siano, Bracigliano e San Felice a Cancello. Sarno pagò il prezzo più alto, con 137 vittime.

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Il 5 maggio 1998, dopo giorni di piogge torrenziali, un fiume di fango travolse Sarno, inghiottendo case e spezzando vite umane. Furono centosessanta le vittime di quella tragedia che coinvolse anche altri comuni della valle, come Quindici, Siano, Bracigliano e San Felice a Cancello. Sarno pagò il prezzo più alto, con 137 vittime.

Oggi, a vent’anni dalla tragedia il nostro è un Paese a fortissimo rischio idrogeologico. Frane e alluvioni  ogni anno si ripetono con drammatica regolarità, provocando vittime e danni ingenti. Sappiamo che gran parte del territorio italiano è a rischio idrogeologico. Un po’ per la sua natura prevalentemente montuosa, ma soprattutto a causa delle attività umane.

In Italia, si continua a morire a causa del dissesto idrogeologico: dal 2000 al 2017 le vittime per alluvioni o esondazioni sono state 189 e, secondo le stime del rapporto di Legambiente sono gli oltre 7,5 milioni gli italiani esposti quotidianamente al pericolo.

Il dissesto idrogeologico spesso è figlio dell’incuria e della cattiva gestione del territorio. I costi ambientali, sociali ed economici sono elevatissimi, ma gli interventi per la messa in sicurezza sono spesso bloccati dall’inerzia della politica e dalle lungaggini burocratiche.

Nel 2018, non è più sufficiente commemorare le vittime. Bisogna agire per tutelare l’incolumità dei cittadini, difendere il territorio ed il paesaggio dagli stupri e dagli abusi edilizi, rispettare la natura, perseguire duramente chi commette reati ambientali. Solo così potremo dare dignità a questa gente e sanare una ferita che, vent’anni dopo, fa ancora maledettamente male.