Salvare il Pd locale o la città di Viterbo?

Salvare il Pd locale o la città di Viterbo?

"Il bene della città o quello del Pd?", questo è il dubbio amletico dei sette. Questa la scelta e il motivo per cui la crisi si trascina da 50 giorni.

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C’è del marcio in Danimarca e probabilmente non solo lì, perché alla fine “tutto il mondo è paese”. La crisi del Comune di Viterbo lambisce quota cinquanta giorni, un numero enorme. Tanta acqua, anche se sempre la stessa, è passato dal consiglio di rottura del 17 dicembre e dalla lettera di sfiducia recapitata al sindaco dai 7 consiglieri Pd.

Già, il Pd. A nostro modo di vedere le cose la crisi attuale è tutta amministrativa. Nel senso che il gruppo dei 7 si è definitivamente stancato di come da due anni e mezzo sono girate le cose all’interno dell’amministrazione. E non regge il discorso di Michelini sul fatto che pochi mesi fa tutti, di fronte alla mozione di sfiducia delle minoranze, gli accordarono l’appoggio. Ricordiamo bene quel giorno e le dichiarazioni imbarazzate dei consiglieri, tanto quelle di Serra quanto quelle dei vari Tofani, Rossi, De Alexandris. Fu un sostegno tiepido, molto tiepido.

I sette ne hanno le tasche piene, e probabilmente non solo quelle. Per questo hanno palesato la sfiducia, sperando nelle dimissioni del sindaco. Erano convinti, convintissimi di tirare tutto giù. Poi qualcosa ha frenato, ed è qui che la dimensione della cosa è diventata politica. E’ diventata interna al Pd. Verissimo che dentro al partito è in atto una guerra stellare tra “fioroniani” e “resto del mondo”. Tesseramento sul circolo di Viterbo docet. Ma è anche vero che nessuno può cacciare nessuno e per questo il Partito Democratico viterbese è sostanzialmente incartato. Ed è sempre per questo che l’eventuale voto di giugno sarebbe fucina di molti mali e quindi da qui è arrivata la frenata. Da dentro al partito.

In caso di voto a giugno infatti come riuscirebbe il partito a organizzare le liste? Come affronterebbe la partita? Il voto di giugno per il Pd viterbese equivarrebbe a una guerra senza quartiere. Il simbolo in mano al provinciale (guidato da Egidi), le liste in capo all’Unione Comunale (del “fioroniano” Calcagnini), il centrale circolo cittadino (che dovrebbe comunque pesare nella messa in cantiere delle liste) in mano al “panunziano” Carlo Mancini. Un bel gioco di incastri. Da qui l’idea sì che l’amministrazione Michelini è arrivata al terminal ma che bisogna comunque evitare che ci trascini anche il partito. Di conseguenza piace di più la prospettiva commissario, anche se dovesse costare cara alla città. Un anno e mezzo di commissariamento infatti non sarebbe certo una panacea, soprattutto per un capoluogo rimasto troppo fermo e bisognoso, se non vuole soccombere, di rimettersi in cammino.

“Il bene della città o quello del Pd?”, questo è il dubbio amletico dei sette. Questa la scelta.