Quel talentuoso (e sconosciuto) Cesare Pinzi

Quel talentuoso (e sconosciuto) Cesare Pinzi

D'accordo, a Viterbo c'è una strada intitolata a lui e fino a qualche anno fa c'era anche una scuola media, ma in realtà di Cesare Pinzi si sa molto poco. E così ci pensa il Centro Studi S. Rosa con una conferenza (organizzata proprio nel giorno del centenario della morte) in cui viene ripercorsa la poliedrica attività dello storico e studioso viterbese.

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D’accordo, a Viterbo c’è una strada intitolata a lui (al quartiere Pilastro) e fino a qualche anno fa c’era anche una scuola media, ma in realtà di Cesare Pinzi (di fatto il “creatore” della Biblioteca degli Ardenti in piazza del Teatro) si sa molto poco. E così, per colmare un’evidente lacuna, ci pensa il Centro Studi S. Rosa con una conferenza (organizzata proprio nel giorno del centenario della morte) in cui viene ripercorsa la poliedrica attività dello storico e studioso viterbese. Introduzione di Attilio Bartoli Langeli (presidente del Centro Studi) e del sindaco Leonardo Michelini (presente insieme all’assessore alla cultura Antonio Delli Iaconi) che ripercorre la trasferta di Pinzi a Sassari dove “creò un sistema di catalogazione ancora oggi assai apprezzato e definito appunto pinziano”. Ma è a Viterbo che si sviluppa l’intero percorso professionale con esperienze e interessi diversificati: tenore con un grande concerto all’Unione, organizzatore della festa del carnevale e anche creatore della prima mostra di macchine agricole.

Nel maggio del 1887 diventa, su incarico del sindaco, bibliotecario agli Ardenti che era nata nel 1810, voluta dai francesi: la prima struttura laica in città, perché all’epoca libri e documenti erano prerogativa esclusivamente ecclesiastica. Quando Pinzi assume l’incarico (spiegano lo storico Antonio Quattranni e l’ex direttore Giovan Battista Sguario) la situazione è a dir poco confusa: con la caduta dello Stato Pontificio, anche i beni librari della Chiesa entrano nel patrimonio dello Stato italiano. Cesare Pinzi (presente in sala anche il pronipote e omonimo) si mette di impegno, va a Roma per vedere come funzionano le grandi biblioteche e organizza un modello funzionale, per esempio cominciando a dividere gli ambienti in sale e catalogando i volumi per argomenti affini: sembra una banalità, ma le cose funzionavano così, affidate soltanto alla memoria del responsabile. La sua nomina aveva creato polemiche in città: gli venivano rimproverati i suoi studi di ragioneria e la mancanza di cultura classica. Lui va avanti lavorando sodo e coltivando la sua grande passione: la storia di Viterbo. Tanto che ad essa dedica due ponderosi volumi, tutti scritti naturalmente a mano.

Nel frattempo diventa revisore dei conti per la Cassa di Risparmio e referente per la commissione tributaria di Roma. Già perché con l’unità d’Italia Viterbo perde il rango di provincia (lo riacquisterà nel 1927 in epoca fascista inglobando Bagnaia, Grotte Santo Stefano e San Martino al Cimino) per essere soltanto un comune in provincia di Roma. Dalla Capitale ci provano a portar via un po’ di preziosi volumi, ma lui si oppone in ogni modo. Lo fa anche per interesse personale (senza quei libri non potrebbe proseguire i suoi studi storici), ma soprattutto per lo smisurato amore verso la sua città, che si manifesta con una ricca corrispondenza con intellettuali dell’epoca, sia italiani che stranieri. La sua grande passione per i documenti si concretizza in frequenti visite all’archivio segreto del Vaticano, propiziate dal cardinal Ragonesi, che qui era stato vescovo. Tutto questo non gli impedisce di curare a Viterbo un progetto sull’igiene pubblica per il quale viene premiato a Roma.

Ma l’incontro, organizzato con efficacia dalla professoressa Eleonora Rava, dà la possibilità di ammirare alcuni dei pezzi pregiati conservati alla Biblioteca degli Ardenti, a cominciare da una Bibbia del Trecento che fu utilizzata anche da San Tommaso d’Aquino, codici e statuti comunali (uno del 1251 e l’altro del 1469), alcuni registri compreso quello dei gabellieri (gli esattori dell’epoca). Piccoli tesori dei quali molti non conoscono nemmeno l’esistenza: “ricchezze” che andrebbero invece conosciute e valorizzate. Anche così Viterbo può aspirare a diventare davvero città turistica.