Piccole Note – Dalle votazioni ai tanti casi di suicidio nel Viterbese

Piccole Note – Dalle votazioni ai tanti casi di suicidio nel Viterbese

Dal dolore per i tanti casi di suicidio che si stanno registrando nel Viterbese alle elezioni alle porte, tra vecchi e nuovi pretendenti al titolo di onorevole. Una nuova sinfonia di piccole note suonate dal maestro Lutor.

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di Lutor

 

DOloroso è il termine giusto per definire quanto dirò in questa prima nota. Abbiamo letto, nei giorni scorsi, dei
tanti suicidi avvenuti a Viterbo e provincia, così come sono stati tanti i tentativi di suicidio, fortunatamente interrotti.

Certamente, in ogni epoca si sono verificati casi simili, ma sembra che oggi ci sia un progredire di tale patologia,
perché è di questo che si tratta: una patologia forse causata, oltre che da fattori psicologici, anche e credo
soprattutto, da fattori sociali. Non sono uno psicologo e nemmeno i miei scarsi studi sociologici mi consentono di
affrontare e tentare una soluzione al problema, ma l’età e l’esperienza mi portano a fare delle considerazioni.

In ogni suicidio esiste una sofferenza dell’io che nessuno ha rilevato, vuoi per leggerezza, per superficialità, vuoi per
incompetenza o altro. La disperazione, il senso di colpa, l’emarginazione, l’isolamento, la convinzione che non c’è
nessun’altra via d’uscita per i propri guai, la tossicodipendenza, l’alcolismo, tutte cose che possono portare a
decidere di farla finita, ad autodistruggersi, ad avere quella visione senza alternative che gli esperti chiamano
“visione a tunnel”. Chi ha la convinzione che non ci sia nessun’altra via d’uscita ritiene, impropriamente, di esercitare
il diritto sulla vita e sulla morte uccidendosi.

Quali sono, di conseguenza, le soluzioni al problema? Cosa fa la società e cosa facciamo noi stessi per evitare che
accada tutto ciò? La sanità ha creato centri di ascolto, i medici consigliano visite specialistiche, ma questo è ben poco
se non riusciamo noi società ad individuare per tempo i problemi che affliggono i nostri fratelli, i nostri amici, i
conoscenti, i colleghi.

La famiglia, la scuola, i luoghi di ritrovo, di aggregazione (purtroppo pochi), le parrocchie, devono essere più attenti
ai sintomi di isolamento e non invece avere una diffidenza verso gli altri (la nostra città in questo è maestra).
Dobbiamo combattere il bullismo, gli spacciatori, coloro che vendono alcolici ai minori, dobbiamo insegnare ai
giovani l’uso utilitaristico dei social, evitare che vengano immessi in rete i cosiddetti giochi della morte, tipo il Blue
Whale, che ha già prodotto danni. Dobbiamo fare in modo che le carceri non siano scuole di perfezionamento al
crimine, ma luoghi dove si possano recuperare la maggior parte di coloro che hanno sbagliato, per leggerezza o
ignoranza. Dobbiamo, in poche parole, capire che esiste gente sola vicino a noi e che, senza il nostro aiuto, potrebbe
perdersi fatalmente. E termino questa lunga, forse troppo lunga nota, con due righe di Ennio Flaiano (non ricordo il romanzo) che tratta di un signore che cercava di impedire a una persona di gettarsi giù dal ponte: “Non lo faccia, se non ama più se stesso, non si butti per amore di sua moglie”; “Ma mia moglie è proprio la causa del mio dolore mi ha appena tradito”; “Allora non si butti per amore dei suoi figli, o per i suoi genitori”; ” I miei genitori sono morti e mi hanno lasciato solo e, per i miei figli, sono ormai un peso più che una risorsa”; “Senta allora la prego, non lo faccia per me”.

 

REprimenda. La locuzione latina da cui nasce questa parola è ‘reprimenda culpa’, cioè ‘colpa da reprimere’. Ci
troviamo quindi davanti a un comportamento non solo errato, ma frutto di colpa, che deve essere ripreso con
fermezza: e nel passaggio attraverso il francese, la reprimenda diventa direttamente la rampogna, il duro rimprovero
espresso a correzione di tale comportamento. Vi domanderete il perché di questa spiegazione “vocabolariesca”.
Deve essere chiarissima la reprimenda che voglio fare a tutti i partiti e a tutti i massimi leader, che stanno
prendendoci per il fondo dei pantaloni con promesse su promesse: tasse ridotte, tasse zero, aumento pensioni,
ridistribuzione del reddito, lavoro a più non posso e tanto altro ancora.

Quando è cari Renzi, Berlusconi, Salvini, Di Maio, ecc. che farete le persone serie? Siete solo degli sbruffoni, buoni a
promettere tutto a tutti nel momento che volete essere eletti, nella convinzione di star trattando con tanti deficienti
che abboccheranno all’amo. Abbiamo miliardi di debito, siamo senz’altro i penultimi se non ultimi in Europa e voi ve
ne andate in giro a distribuire balle. E qui mi pare proprio il caso di richiamare ancora Flaiano, citando un suo
aforisma: “La situazione politica in Italia è grave ma non è seria”.

 

MI sembrerebbe molto più giusto dire al popolo poche cose, ma vere, cioè che per ora non è possibile togliere
tasse, che per il lavoro, pur essendo la situazione leggermente progredita, deve essere ancora migliorata, che fareste
una riduzione delle spese parlamentari per consentire un lieve miglioramento delle pensioni sociali, che analizzerete
meglio l’inutilità delle Regioni con relative spese pazzesche e con l’Addizionale Irpef, nonché Bollo auto (da passare
alle Province che ne potrebbero fare un uso migliore e più equo), che la sanità deve essere gestita dallo Stato, non
dalle Regioni e che va rivista completamente, dando ai cittadini tutti, dal Nord al Sud, isole comprese, la stessa
possibilità di cura.

Non vi sto chiedendo la luna, solo piccole cose che ci aiuterebbero a vivere meglio e dare più serenità ai cittadini.

 

FApiacere vedere quanti viterbesi sono in gara per le prossime elezioni. Parlamento, Senato, Regione Lazio, tutti
presenti. Alcuni nomi vecchi (uno vecchissimo) o scontati, altri di primo pelo. Abbiamo già visto nel passato che
poco, anzi quasi niente, è stato fatto per Viterbo e provincia, per cui non contiamo affatto sui nominativi rinnovati.

Quelli nuovi, se eletti, ce la faranno a combinare qualcosa? E’ vero che molte cose sono appannaggio delle
amministrazioni comunali e qui, per carità cristiana, non ripetiamo quanto poco ha fatto quella viterbese, ma è
altrettanto vero che i comuni possono fare meglio e di più, se alle loro spalle sono supportati da consiglieri, deputati,
senatori seri e capaci. Nei cinque anni trascorsi è sembrato che ci fosse il teatro delle marionette permanente e
dunque è saltata l’idea dell’aeroporto (a proposito, chissà se l’on.le Fautilli sta ancora insistendo per farlo a Latina?),
la città termale è ancora nel limbo, le strade sono pericolose, soldi per cultura pochi o niente, turismo da rivedere
(centro storico dopo Caffeina, docet). In compenso, forse per copiare i grandi leader, promesse tante, fatti niente.
Speriamo nei nuovi.

 

SOLtanto alcuni creduloni pensavano che Fioroni non ce l’avrebbe fatta. Avevo ragione io a dire che il buon Peppe,
con il congresso PD nostrano, aveva voluto mandare a Renzi un messaggio. E Renzi l’ha recepito confermandolo tra i
candidati del PD in quel di Viterbo. Certo dipenderà dall’elettorato confermarlo o meno deputato, c’è chi dice che
non ce la farà, considerato il quasi certo calo del PD, c’è chi al contrario lo dà sicuramente vincente. Conoscendo il
grande Ciccio Bello e la sua folta schiera di tirapiedi, quasi quasi, con tanto dispiacere, prevedo la seconda soluzione.

 

LA democrazia ha bisogno del voto. E’ questa la frase di Clemente J. Mimun, Direttore del TG 5, che ho letto su un
giornale. Diceva nel suo articolo che se noi italiani “riservassimo alle questioni importanti un decimo dell’attenzione
che dedichiamo al campionato di calcio, al Festival di Sanremo o ai reality, faremmo un bel passo avanti”. Diceva
anche che democrazia fa rima con voto e che chi non tollera la cattiva gestione delle istituzioni deve riflettere molto
bene prima di rinunciare all’esercizio del voto.

 

SI sa, invece, dai vari sondaggi, che molto probabilmente la percentuale dei non votanti sarà addirittura superiore
al 35% (vedi il 59% delle elezioni amministrative) che, rapportato al 25% del 2013, rappresenta di gran lunga il
maggior menefreghismo in materia. Se poi si sommano a tale percentuale quella delle schede bianche di coloro che
fanno finta di fare il proprio dovere e quella immancabile delle schede nulle, arriviamo a quasi il 40% di mancata
espressione di una volontà popolare che dovrebbe essere naturale per tutti noi. Un record senza uguali che, nel
mondo anglosassone, viene considerato segno di una democrazia “matura”, ma che, in effetti, è solo mancanza di
responsabilità. Senz’altro il nostro Inno nazionale, quando si canta “Noi siamo da secoli, calpesti, derisi, perché non siam popolo, perché siam divisi”, ha veramente ragione.

Il calo progressivo degli elettori è partito in conseguenza della famigerata “Tangentopoli”, ma senz’altro è
soprattutto dovuto al ricambio demografico. In pratica dagli anni Novanta in poi, sono entrati nel corpo elettorale
(tra un quarto e un terzo dell’elettorato odierno) le giovani generazioni che non hanno sviluppato una solida
consuetudine al voto. Giusto, quindi, quanto affermato dal Presidente Mattarella nel suo discorso di fine anno:
insistere sui giovani; di conseguenza, chi chiede il loro voto deve creare le condizioni perché possano diventare
elettori abituali (scuola?). Ho detto e scritto molte volte come la penso sugli astensionisti (in ogni campo), oggi
aggiungo che è importante capire che non è questo il momento opportuno per essere assenti.