Perdere le clarisse; non possiamo, non dobbiamo, non vogliamo

Perdere le clarisse; non possiamo, non dobbiamo, non vogliamo

Non possiamo, non dobbiamo, non vogliamo rinunciare alla presenza delle suore clarisse nel monastero di santa Rosa. E' una questione di rispetto e amore per loro e verso la città di Viterbo.

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Potrebbe essere l’ultimo Natale con le suore clarisse a vegliare sul corpo di santa Rosa. Anzi, per come si stanno mettendo le cose potrebbero non arrivare a vivere le feste a Viterbo le tre suore terziarie che hanno dato la loro vita per una fede, una storia, una città.

Una città che non hanno neanche vissuto nella sua forma esteriore, ma che dentro quel convento, oltre quella grata che segna la clausura, si è mostrata a loro innumerevoli volte nelle sue più grandi fragilità, bisogni, disperazioni.

Loro amano questa città perché amano la sua patrona. Quella piccola santa nera, così la vedono gli occhi, che è dentro le midolla dei viterbesi al punto tale da entrare, non è chiaro per quale alchemico motivo, anche in chi viterbese non è. E non è una questione di fede, al convento vanno pure i musulmani, gli atei e tutto il resto. Anche questo accade per qualche alchemico motivo.

Vertici superiori hanno deciso di scrivere la parola fine sull’esperienza delle clarisse. Hanno decretato lo stop a una storia fatta di settecento anni, accumulato uno sopra l’altro. Tra una preghiera e l’altra, tra un arrivo al sagrato e l’altro della Macchina.

Non possiamo perdere le clarisse. Significherebbe non avere più le rose semprevive di Rosa. Verranno altre suore, di un altro ordine, questo è vero. Ma non sarebbe più la stessa cosa. Non possiamo cancellare così, come se nulla fosse, il legame di Viterbo con una tradizione secolare.

Non dobbiamo permettere che accada. Sarebbe ingiusto per i viterbesi ma anche per le tre clarisse rimaste. Avanti negli anni, sarebbe stato più bello e anche giusto farle vivere fino all’ultimo giorno nel monastero. Non deve permetterlo il vescovo di Viterbo Lino Fumagalli, che è rimasto in silenzio. E’ lui il pastore della fede in questo territorio. E la fede è contemplazione del vero, del bello, del giusto. Se il pastore “deve avere l’odore delle sue pecore”, come chiede papa Francesco, don Lino dovrebbe soffermarsi di più sull’odore dei viterbesi. Capirebbe che è fatto anche del profumo di santa Rosa e delle clarisse. Come pastore gli chiediamo di proteggere quel senso di storia e tradizione che la città perderebbe con “la cacciata” delle clarisse.

Non deve permetterlo il sindaco Leonardo Michelini e non devono farlo neanche i facchini. In queste ore sono intervenuti con parole forti sulla vicenda. Grazie, ma abbiamo bisogno che troviate l’energia, il coraggio, la determinazione per fare di più. Per custodire le clarisse, nel rispetto dei 700 anni di storia che le legano a noi. Ai facchini e in modo particolare al presidente Massimo Mecarini chiediamo di pensare a cosa avrebbe fatto Nello Celestini di fronte a un simile schiaffo gratuito che non si capisce bene chi ha intenzione di rifilare alla città.

Non devono permetterlo i viterbesi. Perché tutto questo è un insulto a Viterbo e un’ingiustizia. Scrivete, organizzate processioni, cortei. Manifestate con il vostro corpo, con la vostra parola, con tutto quello che è nelle vostre idee. Andate a bussare alle porte del papa, perché anche il santo padre, se solo sapesse quanto sta accadendo, diventerebbe inquieto.

Non vogliamo che le clarisse vengano portate altrove. Non vogliamo perché non ha senso, perché loro sono le custodi della santa e di quel tesoro milionario recentemente venuto alla luce. Tesoro che ci auguriamo di vedere presto in bella mostra, visitabile in tutto il suo splendore. Un museo, questa l’idea. E con i soldi dei biglietti sarebbe possibile costruire buone azioni. Un regalo sempre rinnovato della patrona alla città.