Pensiero – “Impossibile pensare a una rivoluzione liberale da moderati”

Pensiero – “Impossibile pensare a una rivoluzione liberale da moderati”

Forse quello che più manca nei tempi odierni è una cultura politica vera. Esistono ancora, hanno senso, le categorie destra e sinistra? Che cosa rappresentano? Se lo è chiesto il nostro David Crescenzi sulle colonne della nuova rubrica Il Sestante.

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Forse quello che più manca nei tempi odierni è una cultura politica vera. Esistono ancora, hanno senso, le categorie destra e sinistra? Che cosa rappresentano? Se lo è chiesto il nostro David Crescenzi sulle colonne della nuova rubrica Il Sestante. 

Abbiamo deciso di aprire una riflessione sul tema, con l’intento di raccogliere e pubblicare su La Fune opinioni. In maniera da rendere vivo un dibattito, che si propone di accendere l’attenzione su un tema fondamentale: la centralità della politica. Il tutto nella convinzione che la politica o la fai o la subisci. E convinti dell’importanza che la gente torni alle urne, per ridurre il peso devastante e castrante delle clientele. Clientele che permettono magari a qualcuno di mantenere il potere per decenni, indipendentemente dalla sua capacità e cura per la crescita reale del territorio. Così a vantaggio di pochi e con danno di molti il rischio del non voto e quindi dell’allontanamento delle persone dalla politica rappresenta per noi un pericolo serio da scongiurare, da annullare.

Oggi pubblichiamo un intervento, firmato da Federico Mazzi, dove si continua la riflessione sul centrodestra. In attesa che anche dal centrosinistra qualcuno scriva. 

 

 

Sarò volutamente provocatorio. Perché una destra moderna, laica e liberale non può essere moderata?
Per rispondere a questa domanda, è necessario fare un salto indietro nella storia e in particolare evocare l’avvento dello jus fisci, praticamente il papà del moderno diritto amministrativo, momento fondamentale nella nascita e organizzazione degli stati così come li conosciamo.

A partire dal ‘500, lo stato nazionale, assoluto e che si incarna nel principe, per fronteggiare le proprie politiche espansionistiche e militari, si trova ad affrontare il problema relativo alla capacità di reperire le risorse ed entrate per finanziare la spesa pubblica.

È proprio da questo problema che nasce lo jus fisci, che vede, da un lato, la creazione di regole – più o meno certe – per la riscossione dei tributi e, dall’altro, l’introduzione di tutta una serie di figure – a partire dall’ormai quasi mitizzato intendente borbonico – che si affiancano ai “magistrati” delegati dal sovrano e che diventano sempre più necessari all’aumentare delle funzioni statali.

Facendo un balzo in avanti, dobbiamo arrivare alla fine del ‘700: il percorso – qui sinteticamente indicato – di creazione di un’organizzazione statale raggiunge il suo culmine con la rivoluzione francese, e in particolare nel 1800 quando – con l’adozione della legge di soppressione dei corpi amministrativi – Napoleone istituisce le figure (che praticamente ci troviamo oggi) del Prefetto, del sotto Prefetto e del Sindaco (organi nominati dall’esecutivo con il compito di riportare ed eseguire nel territorio la volontà dello stato centrale).

Questa storia dimostra alcuni passaggi chiave per capire il contesto attuale:
1) Assegnare compiti dello stato impone la necessità di creare regole e soggetti (la burocrazia) per gestire gli stessi;
2) Ampliare l’area dell’intervento dello stato determina aumento della spesa pubblica e quindi la necessità di individuare fonti di finanziamento;

Ma vi è un elemento ancora più importante: la nascita dello jus fisci, la creazione della burocrazia e l’ampliamento dell’area di azione dello stato; sono indici che rispondono a una ratio precisa e, cioè, quella di uno stato che da creazione dell’uomo diventa la fonte stessa delle libertà individuali.

In altre parole: sono passati 500 anni dalla nascita dello jus fisci, ma ci troviamo ancora in uno stato medioevale, che vuole farci credere che lo stato giustifichi il nostro essere e le nostre libertà. Una destra laica, liberale e moderna deve quindi avere il coraggio di affermare che l’individuo giustifica lo stato e a corollario che:

1) Non esiste e non può esistere in uno stato moderno il concetto di autotutela amministrativa;
2) Non esiste e non può esistere il sistema del solve et repete fiscale;
3) Non esiste e non può esistere un sistema in cui la PA ha ragione a prescindere;
4) Non esiste e non può esistere un sistema di autorizzazioni e concessioni – comunque denominate – che riaffermino esclusivamente la supremazia dello stato: non è l’amministrazione che rimuove ostacoli all’esercizio dei diritti e/o che attribuisce diritti;
5) Non esiste e non può esistere un’amministrazione che non lavora cinque giorni a settimana a fronte di imprese e liberi professionisti che lavorano praticamente sempre e che sopravvive immune e refrattaria a qualunque cambiamento;
6) Non esiste in alcun modo che persistano servizi pubblici resi ed erogati fuori da qualunque regime concorrenziale.
E potrei andare avanti per ore.

Ribaltare questo stato di cose è possibile, rimettendo l’individuo al centro di tutto e riqualificando lo stato come mera creazione dell’uomo. Ma farlo, significa dare vita alla più potente rivoluzione liberale che la storia abbia mai visto. E le rivoluzioni presuppongo quel mix di coraggio e follia che mal si addicono al concetto di “moderato”.

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