Nomine PD: servirebbero passi indietro, invece se ne fanno in avanti. La lettera di Andrea Vannini

Nomine PD: servirebbero passi indietro, invece se ne fanno in avanti. La lettera di Andrea Vannini

"Il risultato poi è dare la priorità alle dinamiche di potere interno (al partito) rispetto alle urgenze del territorio e dei cittadini"

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di Andrea Vannini

Dopo la dichiarazione dell’onorevole Fioroni “I congressi in un partito democratico non si fanno per decretare padroni” (Tusciaweb, 23 Ottobre) e quella del consigliere Panunzi “Le competizioni democratiche non sono sfide all’Ok Corral” (Tusciaweb, 25 Ottobre), eccoci alla nomina delle cariche dentro il partito provinciale. La lista più votata (44% dei voti e quindi una maggioranza-minoranza, gli ossimori sono una tipicità del PD), per ora non riceve l’onore delle armi, alla faccia del ‘restiamo uniti nella diversità’ e della ‘consuetudine’ di dare la presidenza alla minoranza o quanto meno ad una figura di ‘garanzia’.

È interessante, infatti, la nomina della vice-sindaco di Viterbo alla presidenza del partito. Con un Comune che continua scivolare sulle tante bucce di banana ed è prossimo alla resa dei conti elettorale dopo una gestione fallimentare che ha lasciato aperte e infettate le tante ferite della città, il PD nomina presidente una delle figure più rilevanti dell’amministrazione comunale, vice-sindaco e assessore al bilancio.

Certamente non si possono attribuire ad una sola persona, e tantomeno al solo vice-sindaco, le responsabilità di una gestione cittadina considerata tra le peggiori ‘dell’era moderna’ di Viterbo anche se è chiaro ai molti come ella abbia avuto un ruolo importante nelle scelte fatte dall’amministrazione della Città di Viterbo.

La realtà è sempre la stessa, la politica dovrebbe rispondere a regole di opportunità che obbligherebbero un passo indietro a chi, con o senza responsabilità dirette, ha partecipato ad un percorso di governo che ha ricevuto prevalentemente critiche. Capisco che per chi si è dedicato con passione alla politica sia difficile, frustrante e doloroso allontanarsi da essa, ma questo è il gioco della democrazia e della rappresentanza. Nel momento in cui si è condiviso con altri un percorso amministrativo fallimentare, il farsi da parte è forma di rispetto verso gli elettori e verso il partito di appartenenza inteso come base e non come vertice.

Una assemblea di eletti che premia indipendentemente dai meriti (ripeto non è una critica verso la persona, ma verso il suo ruolo) ripropone il solito trito e ritrito concetto dell’autoreferenzialità, della distanza dalle persone e dai territori che ambisce governare: è un errore di comunicazione evidente. Peccato che questo PD non riesca ad essere empatico con i cittadini e potenziali elettori, non riesca ad interpretarne le delusioni, ma anche le aspettative di rinnovamento nei programmi e nelle rappresentanze.

Il risultato poi è dare la priorità alle dinamiche di potere interno (al partito) rispetto alle urgenze del territorio e dei cittadini, che, come a Viterbo, si ritrovano a fine mandato con una città più degradata, sporca, con una bassa qualità della vita, con conflitti sul territorio irrisolti, lontanissima dalle ambizioni sintetizzate dallo slogan ‘fuori le mura’ che ha caratterizzato la scorsa campagna elettorale.

Vorrei chiudere dicendo che questa è la mia personalissima opinione che potrà facilmente essere confutata dagli elettori nelle prossime tornate elettorali, anche perché questa elezione che ha portato al rinnovo delle cariche nella segreteria provinciale ha coinvolto 4043 persone (1,27% della popolazione della provincia e meno del 5% dell’elettorato di sinistra), numeri da circolo ricreativo o da centro fitness di quartiere.