Museo delle Macchine di Santa Rosa, protocollato il 26 giugno il dossier

Museo delle Macchine di Santa Rosa, protocollato il 26 giugno il dossier

"Per fornire ai viterbesi elementi di riflessione riporto il contributo, inserito nel dossier, che ho personalmente curato - racconta l'architetto Passeri a La Fune- . Forse in esso è rintracciabile (almeno in parte) il significato del lavoro svolto, l’impegno profuso da parte di tutti i partecipanti al Comitato, nessuno escluso".

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Protocollato a Palazzo dei Priori il 26 giugno il dossier sul Museo delle Macchine di Santa Rosa. Il Comitato Promotore risulta composto da Giacomo Barelli, già Assessore con delega alle politiche del Turismo, Maria Rita De Alexandris, consigliere Comunale,  Massimo Mecarini, Presidente del Sodalizio dei Facchini di Santa Rosa, Angelo Russo, progettista di “Sinfonia d’Archi” (1991-1997), Marco Andreoli, progettista di “Rosa per il Duemila” (2000), Lucio Cappabianca, progettista di “Rosa per il Duemila” (2000), Gianni Cesarini, progettista di “Rosa per il Duemila” (2000), Raffaele Ascenzi, progettista di “Ali di Luce” (2003) e “Gloria” (2015), Vincenzo Fiorillo, imprenditore e realizzatore di due Macchine di Santa Rosa, Mirko Fiorillo, imprenditore e realizzatore di due Macchine di Santa Rosa, Damiano Amatore, architetto e Direttore Tecnico del cantiere della Macchina di Santa Rosa, Contaldo Cesarini, imprenditore e realizzatore di tre Macchine di Santa Rosa, Andrea Cesarini, imprenditore e realizzatore di tre Macchine di Santa Rosa, Fabrizio Loprencipe, architetto e Alfredo Passeri, architetto.

“A tutt’oggi siamo in fiduciosa attesa di un segnale – racconta a La Fune Alfredo Passeri -. Il Comitato Promotore del futuro Museo delle Macchine di Santa Rosa ha lavorato per 15 mesi /da marzo 2016 a giugno 2017) cercando di raccogliere dati, informazioni, pareri, consigli affinché si ipotizzasse – almeno per una volta – una “Grande Opera” a Viterbo, partendo con il piede giusto. Ma la realtà supera qualsiasi fantasia perché, nel frattempo, le cose (politiche e non solo) sono cambiate, anche radicalmente: il sindaco dice di essere comunque interessato.

Tutti considerano che “dopo Santa Rosa” sia meglio… per qualsivoglia decisione… Il Dossier del futuro, ipotetico Museo delle Macchine (che dovrebbe, nelle intenzioni, raccogliere almeno 5 Macchine dismesse + la presente “Gloria”) è stato protocollato il 26 giugno; non si sa se sia stato guardato, oppure richiuso in un cassetto”.

“Per fornire ai viterbesi elementi di riflessione riporto il contributo, inserito nel dossier, che ho personalmente curato – continua Passeri – . Forse in esso è rintracciabile (almeno in parte) il significato del lavoro svolto, l’impegno profuso da parte di tutti i partecipanti al Comitato, nessuno escluso.

Un lavoro pieno di passione, senz’altro utile per un dibattito, “troppo spesso assente” a Viterbo. A questo tema Radio Verde, grazie a Gioia Capulli e a Lorena Paris, ha dedicato una trasmissione, andata in onda il 6 luglio e, in replica, domenica 9 luglio”.

 

 

Le riflessioni dell’architetto Passeri sul dossier per il Museo delle Macchine di Santa Rosa

Il dossier del futuro Museo delle Macchine di Santa Rosa, bando di concorso – primo spazio espositivo (peraltro ancora in “bozza, quindi incompleto”) ha l’aspirazione di rappresentare uno strumento di lavoro. Non ha, quindi, la pretesa di esaurire un tema, quello di un Museo vero e proprio, che meriterebbe ben altro approfondimento, se è vero, come è vero, che “…ogni giorno, in qualche parte del mondo, si apre un nuovo Museo… ma, parimenti, se ne chiude un altro…”.

Insomma, il Museo è senz’altro il più importante, interessante, decisivo luogo della memoria della città. Per tali ragioni, solo ipotizzare a Viterbo tale determinante Monumento, è e sarà sempre difficilissimo.

Pensare di costruire un impalcato che porti alla fattibilità del progetto, di conseguenza, è opera assai ambiziosa, forse impossibile. Le ragioni di tale intrinseche difficoltà vanno ricercate nel profondo della contemporaneità, connotata da grande incertezza politica, economica e – absit iniuria verbis – anche tecnica. Delle prime due c’è poco da dire; della terza (che direttamente tocca il mio mondo) merita di essere rilevato quanto poco e male gli architetti (e, più in generale, tutti i “tecnici”) sappiano proporsi all’esterno, non senza lasciare strascichi di polemiche, segni evidenti di autoreferenzialità, assurde proposte incomprensibili (soprattutto non realizzabili), illogicamente troppo costose, paradossalmente violente verso l’ambiente, la realtà dei luoghi, le architetture esistenti e contermini, e così di seguito.

Sono rarissimi i casi di equilibrio e rispetto della città e del suo territorio a cui sono destinati questi nuovi progetti; bisogna ricorrere al passato per trovarne di degni, meritevoli di essere citati e di essere studiati con attenzione. La contemporaneità ne è priva e Viterbo non sfugge, purtroppo, a una simile logica. E allora, prospettare il futuro Museo delle Macchine di Santa Rosa costituisce una missione che dovrà – se davvero si vuole credere a una simile proposta – superare moltissime prove.

Un collega architetto, anche lui “non viterbese” e che da molti anni vive in questa città, non appena seppe della mia scelta di diventare nuovo abitante di Viterbo, si affrettò a darmi dei consigli. Il primo fu: “…non occuparti mai della Macchina di Santa Rosa… stanne lontano…”. Non ho seguito questo suo consiglio e non ne sono affatto pentito. Ma ho capito, solo adesso, il perché di un suggerimento tanto perentorio: perché la Macchina è un Universo verso il quale e dentro il quale è impossibile trovare il bandolo… La Macchina è una scelta di vita, ma anche un limite, perché tutto inizia e finisce in prossimità del 3 settembre… Poi, l’oblio.

S’immagini, quindi, quanto poco attendibile può essere pensare a conservare la memoria, raccogliendo in un Museo, tutto ciò che fu di quei tanti 3 settembre degli anni passati, delle Macchine di Santa Rosa costruite nel tempo, degli apparati a essa connessi, dei simboli, dei riti e del mito devozionale della Santa, della partecipazione di popolo unica al mondo. Tanto tutto ciò è vero, che solo di recente e grazie alla tenacia di Giacomo Barelli e Maria Rita De Alexandris è stato possibile bonificare il “capannone che contiene le vecchie Macchine” e ri-acquistare la Macchina di Angelo Russo che, sciaguratamente, fu alienata tempo fa. Un piccolo successo costato grande fatica.

Ciò spiega la natura del presente Dossier, una raccolta di materiali durata più di 1 anno di lavoro comune, difficile ma straordinariamente affascinante, svolto da tutti i componenti il cosiddetto Comitato Promotore (puntualmente riportato in elenco all’interno del dossier stesso). Tale raccolta – come tutti hanno potuto constatare – è stata molto impegnativa: devo ammetterlo, non sono sicuro si sia raggiunto un preciso e definitivo obiettivo. Anzi, a me sembra, che tale obiettivo sia ancora di là da venire compitamente. Solo per fare un esempio, manca la decisione sulla localizzazione: ho lasciato, volutamente, in sospeso questa scelta (la prima un’area pubblica all’interno di Valle Faul con i problemi conseguenti di accessibilità, vincoli di ogni genere, ecc. ecc.; la seconda, un’area privata all’interno delle ex Cave Anselmi acquisibile a condizione di una “negoziazione” con il proprietario, con i problemi conseguenti di un lungo iter autorizzativo, di una distanza dal centro non sempre idonea per un Museo, ecc. ecc.) perché essa dipende dalla volontà politica. A questa frase non aggiungo altro.

Ma le difficoltà appena sopra tratteggiate nulla tolgono all’utilità del presente contributo perché qui si troveranno molte indicazioni su come procedere, qualora davvero si volesse realizzare il Museo delle Macchine di Santa Rosa. Primo tra tutti il Bando per mettere in gara la prima ala del futuro Museo che, come i viterbesi sanno bene, non trova d’accordo molti che vorrebbero “…lasciare le cose così…”, senza nessun intervento. Rinunciando, in fondo, alla possibilità di recuperare la memoria, sopra più volte richiamata, di cui il Museo sarebbe la materializzazione architettonica evidente. Non volendo trascurare l’aspetto del dibattito sul punto, ho raccolto alcuni pareri, più o meno autorevoli, che ho riportato all’interno del Dossier.

Manca, lo ammetto, una vera e propria proiezione economico-finanziaria sia della futura prima ala del Museo, sia del Museo nella sua complessità. Tale (apparente) trascuratezza dipende, ancora una volta, dalle scelte che si vorranno compiere. Un Museo che sia degno di questo appellativo, secondo le “buone pratiche” europee ed anche internazionali, non può costare meno di 2.000 Euro per metro quadro. Intendendo questa cifra parametrica, comprensiva della costruzione, prima ancora dell’acquisizione e della infrastrutturazione dell’area, degli impianti, degli archivi, dei parcheggi, delle tecnologie più avanzate, degli apparati di comunicazione e di esposizione degli oggetti vari e, soprattutto, delle 6 Macchine di Santa Rosa di proprietà comunale esistenti ed ogni altro confort e magistero che permetta il perfetto funzionamento del Museo. Dalla “proiezione” avanti indicata è facile ricavare i costi futuri, tenuto conto che il complessivo impianto museale non dovrà essere inferiore ai 3.000 metri quadrati di superficie utile lorda. Mentre la “prima ala” non dovrà essere inferiore ai 500 metri quadrati di superficie utile lorda.

In conclusione, non nascondo che ho impiegato molto tempo per collazionare il materiale di cui trattasi. Forse per l’imbarazzo di occuparmi di un argomento straordinario che, solo raramente nella mia lunga carriera di architetto e di professore, mi è capitato di affrontare. La Macchina di Santa Rosa è argomento che, se non incastonato nella partecipazione totale dei viterbesi, può restare solo simbolico. Ognuno di noi ha necessità di riconoscersi nei simboli che sono l’identità stessa di una città. Ma, forse, essi non bastano perché nel motto dei Facchini di Santa Rosa c’è una spiegazione in più e che non è possibile ignorare: «Sollevate e fermi! Evviva Santa Rosa!».