Museo Civico, Carriero: “Riprendiamoci i musei, restano le istituzioni più importanti”

Museo Civico, Carriero: “Riprendiamoci i musei, restano le istituzioni più importanti”

"Il museo, qualunque sia la sua entità, resta l’istituzione più importante". Ospitiamo l'intervento di Marcello Carriero in merito al dibattito sul Museo Civico di Viterbo e sulla valorizzazione delle opere che contiene.

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“Il museo, qualunque sia la sua entità, resta l’istituzione più importante”. Ospitiamo l’intervento di Marcello Carriero in merito al dibattito sul Museo Civico di Viterbo e sulla valorizzazione delle opere che contiene.

di Marcello Carriero.

Anni fa, agli esordi di Caffeina, scrissi su un quotidiano locale sulla logica “fazista” che caratterizzava le scelte degli autori chiamati a presentare i propri libri a Viterbo.  Il termine è un neologismo che fu coniato dal critico cinematografico Franco Grattarola e indica il vezzo, tipico del conduttore televisivo Fabio Fazio, di invitare in un unico contenitore mediatico autori di grido e personaggi del jet set considerandoli tutti attori della scena culturale con il malcelato intento di fare audience. Senza scomodare il filosofo Theodor Ludwig Wiesengrund Adorno e il suo concetto di “industria culturale”, mi rifaccio sommariamente al suo pensiero prendendo spunto dal libro, uscito l’anno scorso per i tipi di Einaudi, di Tommaso Montanari e Vincenzo Trione dal laconico titolo Contro le mostre.

La giaculatoria dei due autori, ciascuno dal proprio ambito di competenza, denunciava il cattivo vizio di produrre mostre “block buster” e di far scadere nel puro intrattenimento ciò che invece avrebbe necessità di essere presentato in chiave rigorosamente scientifica. A questo “Inverno della cultura”, parafrasando il noto libro di Jean Clair, contribuirebbe, secondo gli autori, una filosofia espositiva che spinge gli organizzatori incuranti di qualsiasi logica critica a: “Esibire un singolo dipinto come se fosse una preziosa reliquia da venerare prodotto di un’idolatria pericolosa”.  Scelti tra quelli più popolari, questi capolavori non solo sono estrapolati dal contesto museale da dove provengono, ma anche sottoposti alle sollecitazioni dei trasposti. Sebbene onestamente debba ricordare che spesso la sistemazione in un museo non sia quella originaria, le opere così mobilitate soffrono.

Oltre ciò i due autori lamentano anche l’uso smodato degli effetti speciali che la tecnologia più recente mette a disposizione per ambientazioni virtuali rendendo ancor più enfatico e coinvolgente l’incontro con l’opera d’arte. Nascondendosi dietro una non chiara operazione didattica gli organizzatori di queste mostre si trasformano in registi di uno spettacolo multimediale che cela dietro l’enfasi tecnologica un’assuefazione alla messinscena pubblicitaria.

Ecco, quindi, tornare l’atteggiamento “fazista” che, ribadisco, consisterebbe nella ricerca del consenso a tutti i costi cercata spesso e volentieri con la presunzione di avere in mano la bussola della cultura contemporanea. Purtroppo stiamo parlando di un atteggiamento radicato nella post–modernità che a volte spunta come capperi sui monumenti facendo danni. Infatti, se nel suo habitat naturale l’immagine manipolata, citata, ripetuta è una caratteristica dell’arte contemporanea, quando invece è utilizzata ai fini di una strategia comunicativa si trasforma in una mostruosità. Faccio un esempio che riprendo da ciò che scrissi allora. Andy Warhol fece una serie di opere che riproducevano il volto di Mao nel 1972 con la sua tipica tecnica serigrafica.

Una chiara allusione ai ritratti di propaganda diretti alle masse che il genio di Pittsburgh, trasformò da icona del comunismo in icona del consumismo, un’immagine divenne da lì a poco più nota de identità del soggetto ritratto, in altre parole divenne POP con un prezzo a base d’asta di 12 milioni di sterline. L’effetto di questa trasformazione crea, quindi, un cortocircuito per cui quel faccione, che vediamo troneggiare nelle parate di regime in Cina, non sarebbe più Mao il “Grande Timoniere” bensì un Warhol. Questa condizione la condividono, per esempio, Che Guevara, il simbolo della falce e martello, la firma di Picasso ormai identificata con una Citroën.

Questo è in un certo senso l’obiettivo degli organizzatori di queste mostre “turistiche” vale a dire, sfruttare un’immagine per inventare un “Brand”. Poco importa, a questo punto, chi sia l’autore dell’opera in questione, se questa immagine sia stata dipinta o scolpita centinaia di anni fa su un supporto reso fragile dall’età, ed è tanto meno importante ciò che questa immagine significa o ha significato per chi l’ha dipinta o per chi la contemplava. Ignorando la collocazione abituale è più importane esibire l’opera brandizzata e ricavare profitti da questa esibizione. Così, nella storia recente delle mostre di opere d’arte, l’Italia ha brillato per tristi primati e paradossali mostre a dir poco Kitsch (e il termine Kitsch qui non l’intendo come fece Greenberg o il compianto Dorfless, ma nella sua accezione peggiore). L’Expo di Milano del 2015, solo per dirla una, ha visto radunate in maniera insensata opere d’arte provenienti da bellissimi luoghi d’Italia che gli avventori dell’esposizione non erano minimamente stimolati a visitare e persino pezzi della tradizione popolare italiana, estrapolati dal loro contesto festivo, messi là apparivano anonimi cadaveri esangui. Riprendiamoci i musei allora, come gridavano Montanari e Trione, anche se questi, lo dico per esperienza personale, hanno rischiato di ammazzare fisicamente qualcuno come quello di Viterbo che crollò, fortunatamente prima dell’apertura di una mia mostra, nel 2005.

Il museo, qualunque sia la sua entità, resta l’istituzione più importante che opera a stretto contatto col territorio e non solo conservando le opere collocate al suo interno, ma, soprattutto, promovendo la ricerca su ciò che esse in origine erano, ciò a dire sviluppando l’indagine sui significati che rappresentano e hanno rappresentato per la comunità che nel tempo le ha amorevolmente custodite. Tutela e conservazione, infatti, non dovrebbero recedere dietro la valorizzazione, ma convivere come tre anime nella salvaguardia del patrimonio storico-artistico.