L’economia dal basso: arriva il Microcredito

L’economia dal basso: arriva il Microcredito

"Che cosa vuoi fare da grande?" chiedevano ad un Checco Zalone bambino in "Quo vado". "Il posto fisso", era la risposta. Bisogna toglierselo dalla testa. Non funziona così: meglio un'idea per fare impresa. E meglio ancora se è buona e se c'è un soggetto che è disposto a concedere un prestito. Nasce così il progetto del Microcredito Italiano

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Provate ad immaginare un giovane, magari un trentenne. Con tanto di laurea e pure di master. Con un’idea in testa: bella o brutta che sia, non ha importanza. Per realizzarla, ha bisogno comunque di un piccolo capitale iniziale, mica una somma enorme: 20-30mila euro al massimo. Beh, questo giovanotto di belle speranze deve riporre nel cassetto i suoi sogni perché nessuna banca, piccola o grande che sia, sarà mai disposta a concedergli un prestito. A meno che non arrivino papà e mammà a garantire al suo posto. E magari pure quello potrebbe non bastare. Tecnicamente questi soggetti sono definiti “non bancabili”: il che, molto semplicemente, significa soltanto che per gli istituti di credito non esistono e che non potranno mai accedere al credito. Bel problema, si direbbe senza usare espressioni più triviali ma decisamente più aderenti alla situazione.

E allora che si fa? Ci pensa il Microcredito Italiano spa, un’azienda nata proprio per venire alle esigenze di chi vuole fare impresa ma non ha i mezzi per cominciare. Senza scendere in eccessivi particolari tecnici, la cosa funziona così: chi ha un progetto, presenta la domanda e può ottenere fino a 35mila euro di finanziamento da restituire al massimo in 7 anni. “Uno strumento potente – commenta Diego Rizzato, direttore generale del nuovo soggetto economico – per consentire ai ragazzi di fare impresa”. Tutto semplice, perfino troppo. Ma c’è un carattere distintivo che permette una ulteriore sicurezza a chi mette i soldi e a chi li riceve: il tutoraggio. “Questa è la vera grande novità dell’iniziativa – sempre Rizzato -. Le imprese che nascono attraverso i nostri finanziamenti saranno costantemente seguite, spronate e consigliate da un tutor. E se questo è bravo e ci crede davvero, è dimostrato che le aspettative di crescita e di vita dell’azienda sono notevolmente più alte rispetto alla media”. E qual è allora il tutor ideale? “Professionisti, consorzi, associazioni di categoria, incubatori di imprese, università: non ci sono preclusioni. L’unica condizione è che si tratti di persone preparate e capaci”. Qualche numero consente di comprendere meglio la portata del progetto: è stato calcolato che un milione di euro di finanziamenti, permette di far nascere una quarantina di aziende che producono non meno di un centinaio di posti di lavoro. “Il nostro obiettivo – sintetizza Diego Rizzato – è far ripartire l’economia dal basso”.

Mission che trova del tutto consenziente Massimo Caporossi, direttore generale della Banca di Viterbo, che ospita la presentazione: “Noi già ci siamo – scandisce – e ci siamo stati anche negli anni più difficili della crisi. Molte banche (anche troppe…) sono presenti sul territorio, ma quante davvero operano per il territorio? Fare credito è oggi molto più rischioso che in passato, ma noi del credito cooperativo lo abbiamo sempre fatto restando vicini alle aziende e alle famiglie e continuando comunque a chiudere i bilanci con il segno positivo”. Marco Santoni, presidente dell’Ordine dei dottori commercialisti, parte da una considerazione molto semplice: “Ogni grande impresa all’inizio è stata una start up. Dunque, le aziende vanno innanzitutto aiutate a nascere, poi sostenute durante il loro percorso. Il nostro territorio storicamente è fatto di piccole e mini imprese, quindi il microcredito deve essere strumento per andare incontro a questo tipo di esigenze. “Sono orgoglioso di rappresentare in questa sede Confartigianato – conclude il direttore Andrea De Simone -. Banche di credito cooperativo e Confidi hanno salvato molte imprese: saremo uno dei tutor del progetto mettendo a disposizione le nostre conoscenze e le nostre capacità”.

“Che cosa vuoi fare da grande?” chiedevano ad un Checco Zalone bambino in “Quo vado”. “Il posto fisso”, era la risposta. Bisogna toglierselo dalla testa. Non funziona così: meglio un’idea per fare impresa. E meglio ancora se è buona. Perché adesso c’è qualcuno che è disposto a sostenerla.