Le chiacchierate del Sestante – Rossi: “Una città risorge solo se capace di essere rivoluzionaria”

Le chiacchierate del Sestante – Rossi: “Una città risorge solo se capace di essere rivoluzionaria”

Centro storico, la posizione di Filippo Rossi (Viva Viterbo): “Una Città risorge solo se è capace di essere rivoluzionaria”. Godetevi questa nuova puntata de Le Chiacchierate del Sestante.

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Lo storico belga Pirenne credeva che fosse stato il Medioevo a trasformare le “città” in luoghi del “particolare”, ossia con caratteri distintivi loro propri, a differenza di quanto accaduto nell’età romana, quando la società imperiale le aveva invece uniformate tra loro. Ora, visto che la Globalizzazione agisce spesso come forza omologante, per distinguerci nel panorama generale e attrarre turismo dovremmo forse incentrare ogni politica per il centro storico puntando tutto sul brand della “Città medioevale”, magari nella forma della “Città dei Papi”?

“Quando parliamo dell’idea di città che vorremmo, dobbiamo ricordarci che ogni epoca ha avuto le sue specificità. Così, se nel Medioevo il cuore pulsante della vita cittadina era essenzialmente la Chiesa, nelle fasi successive, si è avuta un’evoluzione che ha portato a una moltiplicazione degli asset strategici urbani, tra i quali figura oggi anche quello del turismo, che però non è il solo. Ad esempio, ricordo che solo venti anni fa Viterbo legittimava il suo carattere di Capoluogo grazie al forte ruolo di “città militare” che è poi venuto meno a causa di esigenze nazionali, come quelle che hanno portato all’abbandono della leva, determinando così un vuoto che la politica non ha saputo riempire (ma parlo della politica in senso lato, senza voler attribuire tutte le responsabilità a quella locale).

Comunque, visto che avrebbe poco senso piangerci addosso, dobbiamo piuttosto capire come recuperare il tempo perduto, dandoci degli obiettivi, anche ambiziosi, che ci consentano di riguadagnare la centralità perduta. Ed è su questo piano che si collocano anche le azioni che dobbiamo porre in essere per il nostro centro storico medioevale. Attenzione però: quando parliamo di “Città medioevale” o di “Città dei Papi”, non possiamo averne una visione meramente statica e conservativa, perché sarebbe un non-senso lavorare per una città che volesse riproporre il Medioevo. Possiamo in qualche caso preservare le atmosfere di quel periodo, ma non possiamo concepire il nostro centro come una sorta di santuario dove risulti cristallizzata la Viterbo del ‘200: quello è lo scenario, il “contenitore” che può suscitare fascinazione, ma poi il “contenuto” deve prevedere un’offerta di servizi e infrastrutture capaci di venire incontro alle esigenze del tempo presente, che non hanno nulla a che vedere con quelle dell’età medioevale. Mi riferisco alle esigenze delle attività produttive che decidono di insediarsi nel centro (e qui ben vengano sgravi e altre forme di sostegno pubblico e privato). Ma, ancor prima, mi riferisco alle esigenze di chi il centro potrebbe ripopolarlo, dando quindi motivo alle attività produttive di insediarvisi e di resistervi: insomma, le esigenze di turisti e residenti (dove per residenti non penso solo a quelli che materialmente abitano nel centro ma anche a quelli che vivono in periferia e che devono essere portati a trascorrere più tempo nel centro). Sono questi i flussi che dobbiamo avere l’intelligenza di intercettare e, nel farlo, non dobbiamo avere paura di adottare politiche anche rivoluzionarie e coraggiose, perché qui ci giochiamo il presente e il futuro”.

Ecco, passando dall’analisi generale a quella concreta, focalizziamo la nostra attenzione sulle possibili politiche per ripopolare il centro. In particolare, molti lettori si sono chiesti cosa fare per i “residenti”, anche se, a monte, io credo che bisognerebbe forse interrogarsi sulla tipologia di residenti su cui tarare le politiche di sostegno; invece, quanto ai “turisti”, l’interrogativo di fondo è sempre lo stesso, ossia come materialmente fare ad attrarli?

“Allora, precisiamo che si tratta di target distinti che richiedono discorsi parzialmente differenziati. Quanto ai residenti-abitanti del centro, noi dobbiamo assicurargli ogni possibile beneficio in termini di servizi atti a migliorare la vivibilità (lavorando ad esempio su parcheggi, trasporto pubblico e sistema di smaltimento dei rifiuti). Non solo: dobbiamo anche comprendere le differenti necessità tra le singole tipologie di abitanti: infatti, posto che a me piacerebbe che il nostro centro si popolasse di studenti universitari come accade in altre Città storiche in cui è presente un Ateneo, per questo genere di residenti temporanei diventa essenziale la valorizzazione dei luoghi e dei momenti aggregativi, ma siccome essi vengono in Città primariamente per studiare, dobbiamo anche fornire loro degli specifici servizi, come dei trasporti urbani dedicati, approntando dei collegamenti più diretti e agevoli tra il centro storico e l’Università. Comunque, accanto agli studenti, ci sono anche i residenti di lungo corso (che dobbiamo trattenere) e i potenziali futuri residenti in pianta stabile (che dobbiamo attrarre), e a questo scopo, oltre al miglioramento dei servizi, potremmo elaborare delle forme di contribuzione alle ristrutturazioni e ai canoni di affitto, specie a favore delle giovani coppie.

Tuttavia, su un aspetto bisogna essere molto chiari: in futuro, la residenzialità nel centro tenderà sempre più a riguardare persone disposte a sopportare certe insopprimibili scomodità. Infatti, fornire le stesse comodità di cui potrebbe beneficiare chi vive in periferia richiederebbe di stravolgere l’assetto del nostro patrimonio artistico, ma è impossibile e nessuno lo auspica. Insomma, dobbiamo accettare che un abitante del centro, presto o tardi, tenderà ad identificarsi con chi sceglie di viverci soprattutto sulla base di una “scelta culturale”, quindi, una platea sicuramente importante, ma che rischia di rimanere di nicchia. Per questo dicevo che dobbiamo puntare ad attrarre anche i residenti-abitanti della periferia e i turisti, ai quali dovremo però fornire dei motivi validi per scegliere di venire a trascorrere il loro tempo nel centro.

In particolare, la strategia primaria di uso del centro deve essere quella a fini turistici, che però non potrà limitarsi a offrire solo la nostra storia, ossia la “Città medioevale”, ma dovrà basarsi su una molteplicità di azioni che ci rendano appunto distinguibili e, dunque, più desiderabili come meta rispetto ad altre località d’arte. Intanto, si deve proseguire sulla via di grandi eventi capaci di contribuire alla creazione, nel loro insieme, di un flusso turistico permanente (e non più episodico): e qui occorrerà mettere mano a un calendario annuale ricco e variegato, con mostre di livello, festival tematici e altre iniziative autenticamente attrattive. Comunque, chiarisco subito che sono il primo a dire che non bastano grandi manifestazioni come Caffeina Festival, con cui pure abbiamo avuto il piacere di suonare la sveglia e dare una scossa al torpore degli anni passati. Infatti, si tratterà anche di offrire una stabile presenza di eccellenze museali, valorizzando ancor più quelle esistenti, ma, a questo scopo, io ritengo imprescindibile un dibattito pubblico quanto più partecipato in cui dovremo interrogarci su quali potrebbero essere le opzioni migliori e le modalità per renderle attrattive: per esempio, vogliamo dare un tono moderno e accattivante all’idea della “Città dei Papi”? Perseguiamo davvero la via della realizzazione di un Museo dei Conclavi e accompagniamolo con un programma di eventi sulle Religioni che lo proiettino nella vita di noi tutti (con concerti, manifestazioni ad hoc, incontri pubblici con grandi ospiti laici e religiosi, che risultino capaci di coniugare la storia con l’attualità, mettendo in moto le idee, creando dibattito e facendo della nostra Città un punto di riferimento in questi ambiti).

Tra l’altro, è evidente che simili iniziative non avrebbero solo valenza attrattiva nei confronti dei flussi turistici, ma anche dei residenti-abitanti in periferia, per i quali dobbiamo però pensare anche a qualcosa in più. Infatti, ad allontanare questi dal centro hanno sicuramente contribuito gli ormai inevitabili processi di trasferimento di uffici amministrativi e giudiziari in altre zone della Città. Tuttavia, esistevano altre infrastrutture che avrebbero potuto e dovuto essere mantenute in centro, tanto più nell’ottica di una visione dello stesso che lo vede come area di svago, cultura e intrattenimento: penso, in particolare, al Teatro dell’Unione, su cui non vedo come il Comune possa pensare di puntare se gli destina solo spiccioli (servirebbero come minimo stanziamenti per 500.000 euro da destinarsi a bandi aperti alle migliori realtà professionali del settore); ma penso anche all’assenza di un cinema, la cui presenza dovrebbe essere un obiettivo strategico per qualunque centro storico, perché chi andava al Genio per vedere un film magari si fermava anche a bere un caffè o a fare una passeggiata per negozi, e ora invece va a Vitorchiano.

Nonostante tutte le difficoltà connesse alla crisi e a una politica, non solo locale, spesso miope nella valorizzazione dei tessuti urbani, devo comunque constatare che almeno il settore dell’intrattenimento è comunque riuscito a crescere durante il tempo all’interno del centro storico. Voglio dire, anche se ora manca un cinema, fino a non molti anni fa il centro mi evocava l’immagine di quei film western dove si vede il cespuglio trasportato dal vento nel silenzio più assoluto. Insomma, anche se si parla tanto di abbandono dei luoghi storici da parte di residenti e certe attività produttive, vedo accanto tanta voglia di riscatto, spesso però più ad opera di realtà private che hanno deciso di credere negli eventi. Invece, ritengo che esistano alcune potenzialità ancora inespresse da parte del centro, le quali non potranno svilupparsi se non in presenza di un preciso intervento pubblico: nello specifico, mi riferisco al modo in cui sono concepiti gli spazi urbani. Sotto questo profilo, c’è qualcosa da cambiare?

“Moltissimo. Penso, in particolare, alla questione delle Piazze del centro. Infatti, se prendiamo Piazza del Duomo, vediamo subito che, nonostante gli sforzi meritori dei ragazzi che grazie al sostegno della Curia portano avanti il Museo Colle del Duomo, essa richiederebbe una più intensa opera di valorizzazione, a cominciare dalla necessità di porre fine al tragico abbandono dell’Ospedale vecchio. Ma le cose non vanno meglio a Piazza del Comune, che andrebbe riqualificata attraverso una seria rivisitazione degli arredi urbani e sfruttando in modo intelligente i portici, che potrebbero rappresentare lo scenario ideale per potenziare l’offerta culturale cittadina, come quando proponemmo di utilizzarli per esporre Sebastiano del Piombo.

C’è poi il discorso relativo a Piazza della Rocca, che potrebbe essere concepita non come il giardinetto che è ora, bensì, come sede per grandi eventi, così da renderla profondamente più viva di come appare oggi. Infine, quanto a Piazza del Teatro, dovremmo accompagnare il rilancio dell’Unione a quello di tutta l’area antistante, che non dovrebbe esaurirsi in una grigia zona parcheggio ma andrebbe impreziosita, semmai, da una bella fontana, che potrebbe essere realizzata anche quale omaggio ideale di noi contemporanei alla lunga tradizione storica di Viterbo come “Città delle fontane”. Del resto, io credo fortemente nell’importanza di creare “nuovi simboli”, come potrebbe essere la fontana e, perché no?, anche la Ruota panoramica: infatti, dietro un nuovo simbolo si cela lo sforzo corale di una comunità di raccogliere tutte le proprie energie attorno ad un progetto che possa divenire identificativo della stessa, di un nuovo corso intrapreso dalla stessa, più coraggioso, più propenso a convincerci che non possiamo avere paura di provare a essere grandi. E dico questo perché, a volte, vedo che Viterbo è una “Città patologica”, che non concepisce come un danno economico il fatto di non essere ancora all’altezza delle sfide che abbiamo davanti, prima tra tutte quella dell’offerta culturale (dove la cultura è quella in senso lato, ossia non solo la lirica al Teatro dell’Unione ma anche il semplice andare a vedere Spiderman in un cinema del centro storico)”.

Volendo lanciare un messaggio conclusivo?

“Io vorrei solo che Viterbo aprisse gli occhi sulla bellezza e la ricchezza che potrebbe creare. Oltre a pensare alla sicurezza, alla pulizia e alle questioni concernenti la vivibilità, che io reputo come l’abc per qualunque intervento sul centro storico, le proposte che facciamo, dalla riqualificazione intelligente delle Piazze fino al recupero dell’Unione e del Genio, magari trasformato in multisala, sono tutte orientate a riguadagnare la centralità del nostro Capoluogo. Per questo, dovremo avere l’intelligenza e l’umiltà di saper guardare anche a quanto di meglio hanno saputo fare altre Città, senza comunque dimenticare l’importanza di una collaborazione sempre più stretta con l’Università della Tuscia, la quale ha un patrimonio di conoscenze e di relazioni che potrebbero essere messe al servizio della Città; poi, sarà senz’altro utile dare un segno tangibile di questo impegno prevedendo un apposito Assessorato “Turismo, cultura e centro storico” affiancato da un Ufficio per il centro storico, che dovranno essere capaci di coordinare le strategie che si metteranno in campo, facendo così del Comune il regista dell’opera di riqualificazione, che potrà e dovrà contemplare anche la partnership con i privati. Ma, ancor prima, dovremo cercare dentro di noi il coraggio di osare, coralmente e tramite un grande dibattito pubblico in cui tutti dovranno avere voce in capitolo. Una Città sopravvive e magari impara a primeggiare solo se si dimostra “rivoluzionaria”, ossia capace di trovare in sé la forza di rimanere all’altezza delle sfide che ogni tempo le pone davanti. In questo sta il senso ultimo di una Città viva. L’alternativa è il declino”.

  • Gianluca Bono

    Cominciamo a spostare la movida a viale Marconi ed animare San Pellegrino nelle ore diurne culturalmente, la sera non servono locali notturni ma sani bistrot, adottiamo il Masterplan per trasformare i buoni concetti in cambiamenti funzionali e spaziali, il centro storico ha bisogno di perdere la sua zonizzazione, l’errore di Le Corbusier sulla pianificazione della cittá, le funzioni devono liberamente mescolarsi per ottenere una cittá “viva”, contemporanea, attrattiva in tutte le ore della giornata.
    La cittá “turistica” investe accogliendo i turisti, raccontandosi……. pubblicizza la sua bellezza.