La Fune intervista Edoardo Leo: “I festival importanti perché danno emozioni forti”

La Fune intervista Edoardo Leo: “I festival importanti perché danno emozioni forti”

La Fune ha intervistato Edoardo Leo, uno dei protagonisti dell'edizioni 2017 dell'Est Film Festival. L'attore si racconta e parla del mondo del cinema, così come è oggi in Italia.

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Giorni densi di appuntamenti all’Est Film Festival di Montefiascone che si avvia alla conclusione ospitando due registi italiani che più di tutti si sono affermati sulla scena nell’ultimo periodo: Edoardo Leo ha ricevuto l’Arco di Platino sul palco di Piazzale Frigo giovedi 27 Luglio e Gianni Amelio riceverà lo stesso premio nella serata di oggi chiudendo, per questa edizione, la serie di incontri speciali.

Edoardo Leo ritorna dopo diverso tempo a Montefiascone ribadendo con forza quanto eventi come questo rendano sempre più solido il rapporto tra regista/attore e pubblico e quanto ci sia bisogno di sostenere il cinema italiano e i giovani che vogliono avvicinarsi a questo mondo. Romano di nascita, ma con origini paterne nel territorio della Tuscia, esordisce come attore molto giovane ed approda alla regia nel 2009 inaugurando così la sua esperienza dietro la macchina da presa. Sceneggiatore, attore di teatro, di fiction e di cinema, Edoardo Leo si sofferma sul concetto che non bisogna fermarsi di fronte ad un rifiuto, ad un curriculum scritto non proprio correttamente e soprattutto bisogna seguire il corso degli eventi e delle cose che accadono. Lo abbiamo incontrato nella bellissima location de “Il Caminetto Resort” patner ufficiale del festival.

Edoardo Leo attore, Edoardo Leo regista. Quali sono i panni più comodi?

“Sai, ho sempre detto che non sono un regista, sono un attore che racconta delle storie, nei miei film ho fatto sempre tutto recitando entrandoci dentro, non ho mai fatto niente in cui dentro non ci fossi anche io. E’ un percorso di cose che mi interessa fare, un normale procedere degli eventi che ancora non mi ha portato ad avere la spinta per provare a girare senza esserci io come attore, ma non escludo che possa succedere anche molto presto”.

I Festival come questo di Montefiascone e anche il Tuscia Film Festival, a cui hai partecipato non molto tempo fa, perché sono così importanti? Come li vivi?

“Sono importanti per un motivo preciso: vedere un film è una cosa, andare al cinema è tutt’altro. Un film ormai si può vedere su un telefonino, su un tablet, in treno, con le cuffie, ma andare al cinema richiede un’esigenza diversa perché implica il fatto che tu debba confrontarsi con delle persone che come te, in quel preciso momento, hanno deciso di condividere anche con te la loro passione o comunque quel piccolo pezzetto della sua vita. Significa vedere se le cose che fanno ridere te fanno ridere anche gli altri, vedere se le cose che emozionano te emozionano gli altri quindi diventare spettatore in rapporto con molti altri sconosciuti come te che decidono di condividere un momento.

La cosa importantissima di questi festival è che concentrano una quantità enorme di persone nelle piazze e qui sta il vero senso del cinema: una comunità che si riunisce e cerca di rispecchiarsi nella trama di un film o nei commenti della persona seduta vicino per vedere se tutto questo parla anche di loro. Io direi che questi festival sono assolutamente fondamentali e chi li appoggia, in ogni modo possibile, va elogiato e sostenuto sempre. Montefiascone, i suoi luoghi, le persone che lavorano come voi a tutto questo sono risorse per un territorio che è una miniera d’oro di possibilità, di incontri felici che possono portare solo a cose buone e destinate a crescere in futuro”.

Qual è la parola chiave che affideresti a un ragazzo che vuole entrare a far parte del mondo del cinema?

“Non so se c’è una sola parola che vorrei dire a chi vuole vivere di cinema in tutte le sue accezioni. Il mio stesso esordio non è stato dei più felici e forse se non avessi detto più e più volte la parola “resistere” probabilmente avrei fatto altro nella vita. A chi vuole fare cinema, io consiglio anche però di avere l’intelligenza di capire quando non è il momento di mollare e anche di essere sempre sinceri soprattutto con se stessi. Bisogna avere il coraggio di dire e di riconoscere che, a volte, non è la strada giusta per noi e, altre volte invece, insistere e resistere perché quel fuoco dentro c’è, è piccolo ma si vede. Questo lo possono fare persone competenti che senza false speranze aiutano in modo serio i ragazzi a capire cosa si può fare nel mondo del cinema e cosa no. Io non sono bravissimo a dare consigli agli altri però resisterei, con la speranza di incontrare qualcuno sul mio cammino che mi dica che quella è la mia strada”.

In Italia si può ancora vivere di cinema?

“Io vivo di questo, ma vivevo di cinema anche quando facevo il teatro nelle cantine e faticavo ad arrivare a fine mese. Il problema è che bisogna fare cose di cui non si può fare a meno e per me il cinema era proprio questo e lo è tutt’ora. E’ un’esigenza che rinnovo giorno dopo giorno, film dopo film, intervista dopo intervista. Parlare di cinema, metterlo nelle piazze, andare a chiedere fondi per poter realizzare anche pochissimi minuti di cortometraggio è la spinta che chi ama il cinema in tutte le sue forme dovrebbe avere sempre per non far spegnere quella fiamma che si accende ogni volta che si sente l’espressione “Ciak, azione!”.
Durante il lungo incontro a Piazzale Frigo, Edoardo Leo racconta il suo esordio non proprio fortunato, le tante difficoltà per farsi accettare come attore, ma racconta anche la grandezza di un mondo che sa unire grandi e piccoli, vecchi e giovani, critici e ipercritici. Il regista di “Cosa vuoi che sia” e di “Smetto quando voglio” , riceve il premio Arco di Platino con visibile emozione e rinnova la sua presenza ai prossimi festival del viterbese sempre con estrema partecipazione e voglia di far sorridere e commuovere un gran numero di spettatori: “questo posto lo sento profondamente amico, perché certi applausi non te li scordi”.

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