Isola che non c’è, Vannini: “Chapeau a Santucci, ma c’è qualcosa che non va”

Isola che non c’è, Vannini: “Chapeau a Santucci, ma c’è qualcosa che non va”

"Fuori del luogo dove si discuteva, una lunga fila di macchine posteggiate in contravvenzione delle regole: viviamo in una città dove i doveri sono un optional. Finché le ferite infette non verranno curate lo sviluppo è impossibile e le idee rimangono ne L’isola che non c’è"

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di Andrea Vannini

Che sia chiaro, “L’isola che non c’è” è una bella idea di Fondazione, una idea inclusiva, trasversale e frizzante. È un momento di confronto essenziale alla vigilia di una tornata elettorale che si prevede tutt’altro che soporifera. La partecipazione è sempre alta, come l’interesse; soggetti politici e non, appartenenti a idee, ideologie e aree politiche opposte si confrontano per una mezza giornata con civiltà e serenità. Chapeau a Gianmaria Santucci! Mi vorrei scusare con l’organizzazione per non aver partecipato malgrado il cortese invito, ma le mie motivazioni riguardano non Fondazione ma altri co-organizzatori non politici che ahimè mancano totalmente della mia stima ma, poco male (per loro).

Tornando al dunque, il problema è che una pianta non cresce senza acqua e senza luce, anche se la concimiamo. Bene in questa allegoria agricola il concime sono le idee, quelle per la città, l’acqua e la luce sono le regole e i comportamenti dei singoli. Lo sviluppo non attecchisce in un contesto senza regole e, soprattutto senza il rispetto delle regole, che includono il vivere civile e la condivisione dei diritti e dei doveri.

Il 12 mattina a Valle Faul fuori del luogo della festa, perché “L’isola che non c’è” è soprattutto una festa delle idee, era evidente quanto non compiuta fosse la condivisione dei diritti e dei doveri. Fuori del luogo dove si discuteva di sviluppo cittadino, una lunga fila di macchine posteggiate in evidente contravvenzione delle regole, da parte di chi poi è andato dentro a parlare di idee e sviluppo. I vigili giravano in città a fare le multe, chissà se sono passati fuori de “L’isola che non c’è” e abbiano contestato le infrazioni. Questo non funziona, non può funzionare. Chi occupa illegalmente il suolo pubblico, anche se solo con un parcheggio selvaggio, viola le regole, si pone al disopra dei doveri e, soprattutto viola i diritti dei singoli. È un atteggiamento che genera disparità e diseguaglianza. Questo atteggiamento è tanto più grave se compiuto da chi va a partecipare ad un concorso di idee per lo sviluppo della città.

Comunque, invece di entrare, sono andato a fare una passeggiata per Viterbo è ho visto diritti violati e doveri incompiuti ovunque. Parcheggi selvaggi e rifiuti abbandonati (doveri incompiuti ma anche diritti violati di chi vorrebbe vivere in una città più civile), strade disastrate e non pulite (diritti mancati); ho visto palazzi con facciate decadenti e finestre rotte proprio lungo gli itinerari cosiddetti turistici della città; ho visto il disinteresse dell’amministrazione cittadina. Sapete che dopo tanti declami sulla vocazione turistica di questa città, coesistono ancora, con un grado variabile di vandalismo subito, tre diverse cartellonistiche turistiche? Tutte dicono la stessa cosa, ma alcune sono imbrattate di scritte, altre in uno stato avanzato di degrado, ma si sovrappongono l’una all’altra come la stratigrafia storica. Ma il turista che visita la città che cosa dovrebbe pensare? Pane per i narratori di comunità!

Viviamo (anzi vivete, io ci lavoro) in una città dove i doveri dei singoli sono un optional così come i diritti. Dove l’attenzione di chi dovrebbe far rispettare le regole è distratta, troppo distratta. Su un tale substrato le idee di sviluppo non attecchiscono ma germogliano e poi muoiono. Tutto questo ha a che fare con la civiltà ma anche con la legalità. Perché esiste a Viterbo un non visto, un mondo di mezzo evidentemente illegale, che ha a che fare con affitti in nero a immigrati che vivono costipati in decine in pochi metri quadri pagando cifre esorbitanti a chi magari poi si lamenta dell’immigrazione selvaggia.

Vi siete mai chiesti chi produca parte dei rifiuti abbandonati in città? Non potrebbero essere inquilini fantasma di appartamenti ufficialmente sfitti che non esistono per l’anagrafe cittadina e quindi, non esistendo, non pagano la TARI e non hanno diritto alla raccolta porta a porta? Diritti violati e doveri incompiuti. Finché le tante ferite infette di questa città non verranno curate e sanate lo sviluppo è impossibile, le opportunità solo di pochi e i diritti mancati di tutti, e, soprattutto, le idee rimangono ne “L’isola che non c’è”.