Infiltrazioni mafiose: l’inquietante relazione di “Cento passi per” per la Regione

Infiltrazioni mafiose: l’inquietante relazione di “Cento passi per” per la Regione

L’interdittiva antimafia di Viterbo Ambiente è solo l’ultima delle note stonate di un racconto del territorio fatto di tante situazioni apparentemente slegate

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“La questione dell’Alto Lazio deve essere posta sotto osservazione”. Il gruppo di lavoro antimafia “Cento passi per” di Viterbo mette nero su bianco il proprio punto di vista sul pericolo delle infiltrazioni mafiose, per la Commissione consiliare speciale sulle infiltrazioni mafiose e sulla criminalità organizzata nel territorio regionale dopo l’audizione fatta da Umberto Cinalli lo scorso 28 aprile (ne abbiamo scritto qui e qui). Una relazione, che abbiamo letto in anteprima, che getta inquietante ombra su quel che accade a Viterbo e provincia.

L’interdittiva antimafia di Viterbo Ambiente è infatti solo l’ultima delle note stonate di un racconto del territorio fatto di tante situazioni apparentemente slegate. Nel documento si parla dell’ultimo “arresto di due latitanti del Clan campano Formicola alle porte del Capoluogo (marzo 2016)”, della situazione di Graffignano in merito all’operazione Girotondo (2006) tornata all’ordine del giorno della cronaca locale in seguito al servizio di SkyTg24 (qui) e anche dell’inchiesta “Giro d’Italia: ultima tappa Viterbo”.

“Una indagine – spiega Cinalli – per lo sversamento di oltre 250.000 tonnellate di rifiuti tossici nelle cave di Castel sant’Elia, Capranica e Vetralla (Cinelli). Un processo, il più importante processo per traffico di rifiuti della Regione Lazio, chiuso per prescrizione nel 2012 e senza una condanna per i 14 indiziati”. Ad oggi la cava è in stato di messa in sicurezza, ma senza manutenzione ed è diventata “una bomba ecologica innescata”.

E a proposito di cave, “la presenza di cave abbandonate in modo doloso […] rende il territorio allettante per la criminalità organizzata ovvero lo smaltimento illecito dei rifiuti”. Infine i beni confiscati da 4 a 37 nel 2015 nella provincia di Viterbo, con una concentrazione a Fabrica di Roma e Tarquinia che dovrebbe destare allarme.

“Il territorio della provincia di Viterbo – spiega infine Cinalli – è del tutto impreparato a far fronte alle attività illecite ed è plausibile per le imprese criminali e mafiose prevedere sia la prescrizione in sede penale che la ‘salvezza’ in sede civile, essendo gli stessi enti locali incapaci di provvedere a rivalersi dei danni ambientali”.