Il testamento spirituale di Nello Celestini: “Facchini, mettetecela sempre tutta”

Il testamento spirituale di Nello Celestini: “Facchini, mettetecela sempre tutta”

Nel 2012 Nello Celestini si recò negli studi di Radio Verde per rilasciare quella che di fatto fu la sua ultima intervista. Oggi le sue parole risuonano come una sorta di testamento spirituale ai suoi "leoni" e a quelli che verranno.

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Nella storia del Sodalizio dei Facchini di Santa Rosa c’è un nome che rimarrà sempre nei cuori, quello di Nello Celestini. Classe 1946, uomo forte e deciso. E’ nei fatti il padre del Sodalizio, costituito nel 1978. Se ne è andato lo scorso anno, nel giorno di San Valentino. Così l’ultimo Trasporto è stato in suo onore, con la girata di piazza Verdi a lui dedicata e il figlio Lorenzo commosso sotto la Macchina a prendere l’abbraccio dei viterbesi. Nel 2012 Celestini, nonostante gli acciacchi dell’età, accetta di recarsi negli studi di Radio Verde per un’intervista. Di fatto l’ultima intervista da lui rilasciata. Per l’occasione lo accompagnò il presidente del Comitato Festeggiamenti del Pilastro, quartiere di Nello, Angelo Loddo. Oggi quell’intervista ha il senso di un testamento, lasciato ai suoi “leoni”.

Da quanti anni segue il Trasporto?

“Dal 1946 non ne ho perso uno, ma da sempre questa tradizione viterbese mi ha bruciato dentro”.

Come nasce l’idea di dare vita al Sodalizio?

“Nasce per nostra volontà, da un comune sentimento dei facchini. Ogni facchino ha sempre avuto il suo modo di vedere le cose ma sull’importanza di darci un ordine tutti ci siamo trovati d’un sentimento dal primo minuto. E’ nato per evitare la confusione. A un certo punto ci siamo detti, guardandoci negli occhi: “Qui bisogna fare uno statuto e chi manca alle regole che intendiamo darci deve essere escluso. Ricordo l’entusiasmo e la bellezza di quei giorni. Mi chiamò Rosato Rosati e mi disse: “Solo tu puoi fare il Sodalizio”. Da quel momento ci siamo messi al lavoro ed è venuto fuori tutto il resto”.

Chi ha costruito con lei il Sodalizio?

“Mi ha aiutato a scriverlo il dottor Scipio. Ho pensato subito a lui perché era bravo a fare questi lavori. Ci siamo messi a lavorare insieme, io ho insistito tanto sull’ordine, sulla serietà. Uno quando porta una divisa la deve portare bene. La divisa del facchino è importante, a questa divisa la città vuole bene e quindi bisogna rispettarla sopra ogni cosa. Lo statuto recita bene e disciplina tutto il necessario. L’idea di fondo è che chi ne fa parte deve capire che indossa una divisa, come quella che portavo io da “marinaro”. E la deve portare con tutti i crismi”.

Cosa è Santa rosa per la sua vita?

“Quando ho cominciato a leggere che Federico di Svevia era stato in guerra con Santa Rosa io mi sono messo subito con Santa Rosa. L’imperatore ne combinò tante nel Viterbese e fuori. Santa Rosa ha avuto il coraggio di difendersi e ha difeso anche Viterbo. Da sempre ho avuto questa passione. La Macchina di Santa Rosa è un simbolo indescrivibile. Io ho ereditato il sentimento di mio nonno, facchino di prima fila. Un compare che conosceva bene mio nonno un giorno mi disse: “Perché non vieni a portare la Macchina?”. Avevo 21 anni e risposi: “Forse è presto”. E subito dopo: “Dove devo venire a fare la prova?”. Andai, c’era lui, c’era Papini. Mi ricordo di un fiaschetto tutto rotto, dove mettevano il vino. E’ nato questo amore. Papini mi disse: “Tuo nonno è una prima fila ciuffo e non posso fare a meno di prenderti. Innanzitutto perché non ti manca niente”.

Il Sodalizio nasce in parte dal Consorzio?

“Il Consorzio ha fatto la sua parte. Era l’unica carovana facchini che esisteva ed ebbe un coinvolgimento forte dopo il primo trasporto di Volo d’Angeli che finì male. Ricordo ancora le parole del costruttore Zucchi: “Vado a Civitavecchia e prendo i facchini”. Per me fu una botta, era necessario reagire. Ho portato su tutti i facchini del Consorzio. So venuti tutti su per Nello. Gente forte, tipo Tobia che portava tre quintali a ridere. Ricordo che andai da Zucchi e dissi: “Quando vogliamo fare una sfida con le balle di grano con quelli di Civitavecchia io sono tutto pronto. Basta che me dici quando. Ma non dire più che quelli di Civitavecchia possono sostituire quelli di Viterbo”.

La forza è un elemento chiave, per testarla avete istituito le prove di portata. Come nasce il tutto?

“Tutti abbiamo scelto che bisogna portare un quintale e mezzo. Quelli che ce la fanno vengono presi. Chi non riusciva andava perso ma si allenava perché ci voleva stare per forza. Si sono svolte sempre nella chiesa della Pace, facevamo strisce da trenta metri da ripetere tre volte. Novanta metri con questa cassetta pesante sulle spalle. Stiamo pensando di aumentare il peso, la gioventù attuale che crede nella Macchina di Santa Rosa si allena durante tutto l’anno. Sono venuto a sapere che un fabbro ha fatto 53 cassette, distribuite per quartieri e questi provano in continuazione per farsi trovare pronti”.

Secondo lei che rapporto c’è tra la città e Santa Rosa?

“I viterbesi sono attaccatissimi. Io gli ultimi anni da capofacchino sentivo le grida e gli aiuti dei viterbesi. Quella volta del Volo d’Angeli che si è fermata per noi è stata una botta grossissima. Tanto è vero che decidemmo di fare il persorso ugualmente senza Macchina per tranquillizzare le famiglie. E quando siamo arrivati all’altezza della salita un gruppo di romani, non potevano essere viterbesi, dissero “eccoli i fiacchini”. Le pappate che hanno rimediato. Non poche. Sono dovuto andare in mezzo a dividerli, altrimenti a Roma ci tornavano male”.

Il Trasporto più bello?

“Non farei una classifica. Per me sono stati tutti sofferti, per cercare di fare sempre più bella figura. Non ce n’è uno meglio e uno peggio”.

Il momento più emozionante di ogni Trasporto?

“Per me è sempre la salita di Santa Rosa. Man mano abbiamo trovato accorgimenti tecnici molto funzionali e capaci di agevolare l’ultimo sforzo. Tutto gestito dai facchini in divisa. La Macchina di Santa Rosa per la salita di Santa Rosa è meravigliosa”.

Cosa vuole dire ai suoi facchini?

“Mettetecela sempre tutta e dite sempre Viva Santa Rosa, più che potete”.

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