Il Sestante – Se il territorio riparte dal sogno e dalla memoria: per essere grandi, dobbiamo riscoprirci liberi

Il Sestante – Se il territorio riparte dal sogno e dalla memoria: per essere grandi, dobbiamo riscoprirci liberi

Quanto bisogno ci sarebbe invece di pretendere un salto di qualità! Di abbandonare la logica perdente del non-voto e del voto fidelizzato per recuperare quella del “voto di opinione”, ossia conquistato solo dopo averci convinto di avere il cuore e la testa per consegnarci un futuro migliore!

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Io sono un viterbese di adozione. Infatti, è a Bagnoregio che ho trascorso l’infanzia, tra giochi e voli fantastici con l’immaginazione, specie nelle estati passate a casa della nonna a Civita, quando con i miei amici di allora ci si divertiva tra partite di pallone, spade costruite con i bastoni e raccontando storie di paura la sera.

Questo, fino all’inizio della stagione viterbese. Mi spaventava eccome l’idea di trasferirmi ma, infondo, c’era una parte di me che viveva quel cambiamento con speranza, perché mi sembrava comunque di entrare a far parte di una realtà più grande e stimolante.

Sennonché, a distanza di tanto tempo, il bilancio personale è agrodolce, almeno perché oggi so che non esiste un luogo cui sento di appartenere davvero, come se non fossi del tutto viterbese né bagnorese, come se fossi privo di una vera identità territoriale. D’altra parte, tutti questi luoghi, congiuntamente considerati, sono ormai la mia “casa diffusa”, le mie “radici ramificate”. E di questo ho la certezza giacché, a loro modo, soltanto le vestigia di questi “piccoli mondi antichi” sembrano in grado di raccontarmi una storia che qualsiasi altro posto, per quanto magnifico, è invece incapace di narrarmi.

Forse, il genius loci del mondo si rivela solo se lo si interroga laddove riposano i nostri ricordi più cari, tristi o lieti che siano. Sta di fatto che, facendo qui mia una suggestione della Prof.ssa Vergaro, è solo passeggiando per le vie di Civita di Bagnoregio che può capitarmi di vedere e sentire San Bonaventura che immaginava la mente di Dio e, così facendo, disegnava le mappe che avrebbe seguito Dante nel suo viaggio nell’aldilà. Similmente, quando giro per San Pellegrino a Viterbo, è come se potessi imbattermi in Tommaso D’Aquino, mentre inseguiva Aristotele nei suoi pensieri, magari camminando come Talete con gli occhi rivolti alle stelle. E che dire poi delle storie che possono rivivere all’ombra delle Mura, dove a volte sembra di riascoltare, immaginandoli, il clangore delle spade degli eserciti, i nitriti del cavallo del Barbarossa o le campane che salutavano la fine del primo Conclave? In questi luoghi della memoria, si mettono in movimento immagini e sinestesie di altri tempi, che riportano alla vita attimi che altrimenti se ne rimarrebbero cristallizzati in qualche cronaca od opera pittorica.

E mentre questo bizzarro flusso di pensieri passa in rassegna tutti quei grandi del passato, accanto a loro, capita di scorgere anche un parente o magari un attore famoso, intenti a ripetere quello che stavano facendo proprio in quei luoghi, come adesso ci raccontano le immagini di una foto sbiadita o di una pellicola impolverata. Così, nella mia Bagnoregio, si può ancora reincontrare il nonno “Zeffere”, mentre portava il somarello in campagna, oppure Gelsomina e Zampanò, mentre con un ciak interpretavano un istante delle fantasie malinconiche di Fellini. E, allo stesso modo, per Via San Lorenzo a Viterbo, ci si può imbattere in Otello Celletti (alias Alberto Sordi) e, perfino nella noia di un Consiglio comunale, può capitare di incontrare, al posto di Michelini, il Sindaco Vittorio De Sica, come nel film Il Vigile.

A questa lunga carrellata potrei aggiungere mille altri ricordi e suggestioni, magari più intimi e personali. Però, c’è invero un motivo ben preciso se ho voluto percorrere insieme a voi questo viaggio dentro i nostri luoghi e, al contempo, dentro noi stessi: interrogarmi se il nostro presente ci appartenga veramente, così come ci appartengono tutti quei frammenti di vita vissuta, reale o immaginifica. Lo dico perché a me pare di no. O almeno non del tutto.

Infatti, se Bagnoregio è oggi un centro sprizzante vitalità (e badate che non è solo la fortuna di avere Civita, perché Civita c’era anche prima dell’attuale boom turistico), non mi pare che si possa dire lo stesso di Viterbo. Anzi, nonostante il suo enorme capitale, umano e materiale, a me pare che l’odierna Viterbo sia come intrappolata in se stessa: sulla carta, è il comune mediamente più ricco della Tuscia, ha un’Università in costante crescita e, rispetto al passato, ha dimostrato di poter fare più della sola Festa di Santa Rosa (v., checché ne dicano i critici, Caffeina). Certo, complice la crisi economica, ci sono tante persone in difficoltà in tutte le categorie sociali, ma io credo che la vera crisi della Città sia anteriore a quella economica e, forse, assai più profonda. E mi hanno aiutato a comprenderlo alcuni amici della Provincia che, come me, vedono Viterbo con gli occhi di chi sente di appartenere a un territorio più vasto di quello dove ha il proprio domicilio.

In particolare, penso a un amico di Ronciglione, che mi faceva presente come Viterbo non ragioni da Capoluogo, inteso come centro interrelato con la sua Provincia, ma pensi solo a sé, elevando a problemi capitali questioni come quella dei mendicanti, importanti quanto si vuole ma pur sempre marginali rispetto al fatto che la Città non eroga servizi capaci di attrarre i residenti dei Comuni vicini.

Allo stesso modo, penso a un altro amico, nepesino di adozione, mentre mi portava a visitare il Castello dei Borgia e con cui fantasticavamo della possibilità di una grande rete di festival tra i borghi medioevali della Tuscia (magari dentro una cornice unitaria, sul modello itinerante di UmbriaJazz, con un calendario di eventi nati dal potenziamento delle feste esistenti e dall’aggiunta di iniziative nuove, musicali, culturali o addirittura ricostuzioni di assedi e giostre, con i centri storici riportati alle atmosfere dell’epoca, come nel Mercato delle Gaite a Bevagna). Ma poi, quello stesso amico mi faceva presente che simili proposte sarebbero subito derubricate a “sogni irrealizzabili” a causa del principale nemico di ogni innovazione, che non è la mancanza di fondi ma la “mentalità da Provincia dell’Impero”. Quella che porta a dire “è impossibile”. Quella di chi si sente sconfitto in partenza e preferisce chiudersi davanti al mondo che bussa alla porte piuttosto che raccogliere le sfide che i tempi nuovi ci pongono. Quella di chi, per intenderci, vive nella paura di ogni novità, di ogni diversità culturale, viste come un pericolo per la conservazione del proprio piccolo orticello.

Diciamolo, abbiamo smarrito il senso di quello che LeGoff chiamava il “Magico e Meraviglioso”. Ci stiamo inaridendo e, molto spesso, ci scopriamo a non credere più in nulla, anche se ci infuriamo quando ci accusano di nichilismo. Percepiamo che c’è qualcosa che non va, che chi ci guida non ha il senso della “visione”, ma il nostro malcontento si ferma a vuoti sospiri del tipo “ci fossero ancora i Berlinguer e i De Gasperi!”. Infatti, perlopiù, prendiamo atto dell’esistente senza fare nulla per cambiarlo. Così, ci diciamo che è meglio non recarci alle urne oppure continuare la tradizione del voto dato al conoscente: magari perché condividiamo con lui un mitico passato di militanza (che oggi però scalda ben poco i cuori e illumina ancor meno le menti) oppure perché, se va bene, la briciola per noi ci scappa. E intanto deridiamo i sognatori, le persone oneste che pure ci sono in ogni forza politica ma che ben presto si stancano di credere di poter cambiare il mondo. Forse ce li meritiamo i mediocri, quelli privi della visione, ma particolarmente bravi a fare e disfare alleanze elettorali, come pure a cavalcare le retoriche dell’effimero. Quanto bisogno ci sarebbe invece di pretendere un salto di qualità! Di abbandonare la logica perdente del non-voto e del voto fidelizzato per recuperare quella del “voto di opinione”, ossia conquistato solo dopo averci convinto di avere il cuore e la testa per consegnarci un futuro migliore!

Se pensate che tutto questo non sia vero, che non è di voi che sto parlando, provate allora ad andare in giro per la vostra Città e, in coscienza, considerate se non sia umiliante disinteressarvi della cosa pubblica (oppure vendere la vostra anima per qualche briciola) mentre vivete e respirate in luoghi dove è stata fatta la storia, ad opera dei grandi del passato (filosofi, papi e imperatori) e dei vostri antenati (fossero il nonno che lavorava la terra o l’avo ancora più antico che imbracciava la spada per difendere le mura della sua città)! Luoghi dove rivivono la vostra memoria e i vostri sogni, quelli che, da bambini, non avreste mai barattato per la speranza di “un” posto di lavoro (perché allora non temevate di ottenerlo con le vostre sole forze!). Non ha senso parlare di soluzioni a questo o a quel problema, se prima non si entra nell’ordine di idee che bisogna essere moralmente liberi di poter dire No a chi non ci porta affatto vere soluzioni, preferendo invece ricordarci che dobbiamo essergli “grati” (spesso poi per che cosa?) oppure che “tanto gli altri sono invotabili” perché riconducibili “ai nemici di un tempo” (ancora la Guerra Fredda?). Cercate dentro voi stessi, confrontate le immagini abbaglianti che vi portate dentro con la penombra in cui vivono questi bottegai, e non abbiate paura di dirgli che sono loro che dovrebbero esservi grati, che la musica deve cambiare. Perché voi non siete il coro ma i direttori di orchestra.