Il Sestante – L’Europa dopo le elezioni francesi: che cosa si nasconde dietro sovranismo e tecnocrazia? Un interrogativo che ci riguarda da vicino.

Il Sestante – L’Europa dopo le elezioni francesi: che cosa si nasconde dietro sovranismo e tecnocrazia? Un interrogativo che ci riguarda da vicino.

Si è chiuso domenica il ballottaggio delle elezioni presidenziali francesi che, mai come in passato, ha catalizzato l'attenzione internazionale perché stavolta in gioco non c'era solo il futuro politico della Francia ma anche quello dell'Europa.

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Si è chiuso domenica il ballottaggio delle elezioni presidenziali francesi che, mai come in passato, ha catalizzato l’attenzione internazionale perché stavolta in gioco non c’era solo il futuro politico della Francia ma anche quello dell’Europa.

Infatti, a sfidarsi per la guida di uno dei Paesi-guida dell’U.E. non erano solo due programmi assai diversi nel modo in cui cercare di risolvere i problemi dei Francesi, bensì, due opposte concezioni circa i destini del processo di integrazione europea: da un lato, quella del “tecnocrate” Emmanuel Macron, già ispettore delle finanze e dirigente bancario, poi, ministro dell’economia con Hollande e, infine, guida di “En Marche”, ossia un movimento politico europeista completamente nuovo rispetto ai partiti che tradizionalmente si contendono l’Eliseo (Gollisti e Socialisti); dall’altro, la concezione della “sovranista” Marine Le Pen, leader del “Front National”, ossia la destra detta ultraconservatrice e ferocemente antieuropeista d’oltralpe (che, in caso di vittoria, prometteva addirittura un referendum per l’uscita dall’Euro), da sempre tenuta ai margini della politica nazionale in virtù della famosa “alleanza repubblicana” tra gli altri partiti. Ad ogni modo, come è andata a finire è ormai storia nota: la meglio l’ha avuto Macron con il 66,1% dei consensi (in gran parte frutto della suddetta alleanza repubblicana), sicché la Le Pen, anche se pronta a rientrare in scena nelle elezioni legislative di giugno, per il momento rimarrà alla finestra.

Peraltro, per meglio intendere i termini della partita appena giocata in Francia (e poi passare al modo in cui potrebbe riguardare la vita di tutti noi nel prossimo futuro), dovremmo forse riflettere sul significato profondo di due categorie che, pur dominando il dibattito attuale, assai poco sono state interiorizzate dall’opinione pubblica europea: mi riferisco a quelle della “tecnocrazia” (secondo alcuni incarnata da Macron) e del “sovranismo” (secondo altri incarnata dalla Le Pen).

Orbene, per quanto concerne la tecnocrazia, spesso associata all’U.E., possono essere utili alcune delucidazioni recentemente offerte da uno studio dell’Università di Perugia, coordinato dal Prof. Mauro Volpi ed a cui ha avuto la fortuna di collaborare anche chi vi scrive. In tal senso, come ricordato da Volpi, il punto fondamentale dal quale partire è che la tecnocrazia deve essere tenuta distinta da alcuni fenomeni che invece tendono ad essere in essa generalmente attratti: in primo luogo, quello dei “tecnici che affiancano la politica”, ossia i dirigenti e i dipendenti della P.A. chiamati a tradurre in termini operativi le scelte di indirizzo formulate dagli organi del circuito democratico; in secondo luogo, quello dei “politici tecnici”, ossia le personalità munite di un particolare expertise in determinati ambiti, considerate qui nell’ipotesi in cui vengano chiamate direttamente a far parte dei Governi politici (ai quali rimangono comunque sottomesse e, per questo, vincolate ancora una volta a perseguire gli indirizzi deliberati dagli organi democraticamente eletti).

Ciò posto, possiamo ora definire il concetto di tecnocrazia che diverge sia da quello di “tecnico che affianca la politica” sia da quello di “tecnico politico” giacché, stavolta, ci troviamo in presenza di un sistema di governo in cui le redini del Paese vengono prese da un corpo di tecnici che, in virtù dell’autorità riconosciuta loro dal fatto di possedere determinate capacità specialistico-professionali, si sostituiscono al meccanismo della legittimazione democratica basata sul principio del suffragio universale. Ovviamente, la premessa logica di questa conclusione, per certi versi presente nel pensiero di tanti elitisti di ogni epoca (da Platone a Saint-Simon e Veblen), è che l’uomo qualunque non sarebbe in grado di comprendere i fenomeni complessi del governo di uno Stato, sicché dovrebbero essere solo “i migliori” a occuparsene, perché solo i migliori offrirebbero la garanzia di poter risolvere in modo scientificamente esatto le grandi questioni che attanagliano la società.

Insomma, sarebbe come se la politica non fosse un’arte incline a poter realizzare la visione propugnata da questa o quella ideologia, bensì, dovesse assurgere a scienza esatta che ammette una e una sola soluzione parimenti esatta, come la matematica e della fisica e, per questo, dovesse essere lasciata ai suoi specialisti, ossia i “tecnici” (per tale ragione elevati dal rango di “tecnocrati”).

Chiaramente, come rilevava Bobbio, se fosse davvero così, la democrazia ne uscirebbe distrutta perché la sua promessa di eguale dignità per tutti i cittadini si fonda sull’opposta conclusione che “tutti possano decidere di tutto” e, proprio per questo, vengano ascoltati dai governanti (almeno nella prospettiva di essere riconfermati alle prossime elezioni).

Tanto considerato, possiamo concludere che è così anche per Macron? Diciamo che, di primo acchito, alcuni elementi porterebbero a pensarlo: ad esempio, il fatto che si sia formato negli ambienti altamente tecnico-specialistici del mondo bancario e finanziario, sia pubblico che privato; inoltre, la circostanza che egli si sia presentato come un “homo novus” della politica, non riconducibile ad alcun preesistente partito. Per contro, però, dobbiamo registrare alcuni elementi i quali negano che Macron possa essere bollato come un tecnocrate “ideologicamente neutro” che ambirebbe a governare i fenomeni complessi dell’economia e del sociale secondo canoni di scienza esatta: intanto, banalmente, per il fatto di essere stato democraticamente eletto a suffragio universale; inoltre, perché le scienze economiche e sociali non sono affatto delle scienze esatte (oscillanti come sono tre diversi modelli predittivi continuamente smentiti degli eventi); in aggiunta, perché egli non è propriamente un “uomo nuovo” in quanto ha maturato eccome una caratterizzazione ideologica di parte, sia dal punto di vista formale (per il fatto di aver militato per molto tempo nelle fila del Partito socialista ed essere addirittura divenuto ministro di Hollande), sia dal punto di vista sostanziale (per il fatto che il programma con cui ha vinto le elezioni, nei suoi punti centrali, è quello di un neoliberale che mira a creare occupazione e sviluppo con abbattimento del carico fiscale e tagli di spesa pubblica, salvo che nel settore della difesa, sebbene con qualche iniezione di politiche solidaristiche come quelle a favore dell’istruzione nelle aree disagiate).

Pertanto, nonostante sia comprensibile lo smarrimento di molti che, per il fatto di non poter collocare Macron in un qualche partito tradizionale non sono riusciti a definirlo né di destra né di sinistra (ma approssimativamente “di centro”), l’etichetta di “tecnocrate” è fuori luogo ove si consideri che esiste eccome una tradizione politico-ideologica ben riconoscibile dietro le sue politiche. Ovviamente, neppure si nega che Macron abbia tratto vantaggio da questa caratterizzazione (non immediatamente evidente) allo scopo di dirsi “diverso” da tutti i suoi competitors (delegittimati dalla ben nota crisi della politica contemporanea), in ciò facendo sfoggio di una forma di populismo che Campi ha definito “tecnocratico”. Tuttavia, il punto che davvero rende indigesto Macron a certi nazionalisti non è il fatto di essere un “tecnocrate” (questo termine ve lo spiattellano per affibbiargli un’aria snob e trasformarvelo in una sorta di radical chic elitista e antipatico), bensì, quello di abbracciare una forma di neoliberalismo proiettato su scala cosmopolita anziché rinchiuso nella dimensione autarchica della singola Nazione. Del resto, è un dato di fatto che gran parte della classe tecnica formatasi nei grandi consessi economici contemporanei, a cui lo stesso Macron appartiene, ha respirato la cultura dell’apertura al mondo e della globalizzazione (intuendone però anche i vantaggi). Di qui anche l’ovvio europeismo del nuovo inquilino dell’Eliseo.

Ma chi sono questi nazionalisti oltranzisti? Sono quelli che, secondo i dettami di un populismo stavolta “sovranista” (la definizione è sempre di Campi), concepiscono il mondo come una sorta di tragedia messianica dove ci sono loro, ossia i poveri “Davide” che difendono la sovranità dei loro popoli (popoli che però diventano vigliacchi quando “sovranamente” non li fanno vincere), contro i “Golia mondialisti”, ossia i torvi accoliti di non meglio precisati “poteri forti” (in molti casi, lo avreste mai detto?, riconducibili alla famigerata “finanza sionista”). Forse, in altri tempi certi sovranismi pecorecci li avremmo incontrati solo in qualche scena della commedia all’italiana come il film di Monicelli “Vogliamo i colonnelli”, tuttavia, oggi essi riescono effettivamente a intercettare una parte della pancia dell’elettorato, che, invece, non va affatto dileggiato per il fatto di essere talvolta disperato in una congiuntura difficile come quella presente.

Sennonché, e mi dispiace qui dover essere così poco diplomatico ma trovo stucchevole girarci intorno, è semplicemente temerario e insincero proporre ricette come quella della distruzione dell’Europa o l’uscita dall’Euro e, nel frattempo, autoincensarsi come i soli che starebbero servendo la Nazione contro tutti i “poteri forti”: infatti, davvero pensate che in un mondo globale dove operano attori giganteschi, sia statuali e politico-militari (come USA, Russia e Cina), sia economici (come i grandi colossi del settore energetico e creditizio), i singoli Stati europei, da soli, saprebbero tener testa a questi potentati meglio che parlando per il tramite di un altro colosso (l’Europa, che sarà pure ancora frammentata, ma mai la babele che avremmo se prevalessero i sovranisti)? Non solo: davvero credete che non ci siano altri “poteri forti” che stanno dietro questi sovranisti (almeno nel senso che avrebbero tutto da guadagnare ove l’Europa si sgretolasse)? In tal senso, penso a quelle Potenze che vedono nell’U.E un pericoloso competitor, come la Russia dell’amico Putin (che mal tollera anche quella Nato che, guarda caso, Marine Le Pen favoleggiava di abbandonare) o anche gli stessi USA di Trump (che, dopo la Brexit, festeggiavano il ritorno delle prime multinazionali americane precedentemente delocalizzatesi nel Regno Unito).

Inoltre, quando vi raccontano che, al posto dei vincoli di bilancio europei, vogliono più spesa pubblica e politiche per attrarre investimenti, vi spiegano che per questo dovranno venire a patti sia con le tanto vituperate banche (che necessariamente dovranno partecipare a finanziare quelle spese) sia con tutti gli altri poteri economici internazionali (che dovrebbero effettuare gli investimenti ma, chiaramente, non in presenza di una fiscalità e di barriere penalizzanti per gli “stranieri”)?

In definitiva, l’Europa avrà pure palesato dei difetti, che non dobbiamo nascondere, come quelli delle politiche di austerity perseguite proprio in tempo di crisi. Ma la soluzione, una volta capito l’errore, è combattere perché questo non accada mai più e non distruggere la sola baracca che ancora ci protegge dai venti dei grandi poteri globali. Pertanto, se davvero temiamo ipotetiche derive tecnocratiche, dobbiamo batterci per il rafforzamento delle logiche democratiche in seno all’U.E., ma non possiamo e non dobbiamo cedere alle sirene catastrofiste di chi, inneggiando fino a domenica al sovranismo, voleva darci da bere cicuta presentandocela per champagne. Questa sfida inizia con Macron ma prosegue nelle teste di ciascuno di noi. Fin da oggi.