Il Sestante – Le ingenuità e i pericoli della “sindrome” del complotto

Il Sestante – Le ingenuità e i pericoli della “sindrome” del complotto

Qualche anno fa Umberto Eco scrisse che una delle cifre del nostro tempo, ma a ben vedere di ogni tempo, fosse l' “ossessione” o “sindrome” per la cospirazione, specie quella “fasulla” incarnata da “complotti talora cosmici”.

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Qualche anno fa Umberto Eco scrisse che una delle cifre del nostro tempo, ma a ben vedere di ogni tempo, fosse l’ “ossessione” o “sindrome” per la cospirazione, specie quella “fasulla” incarnata da “complotti talora cosmici”.

Infatti, in molte sue opere e soprattutto nelle “Cronache di una società liquida”, il grande semiologo non negava affatto l’esistenza dei complotti che, come del resto osservato da Popper, sono “tipici fenomeni sociali”. Semmai, egli rimarcava che i veri complotti, ossia quelli storicamente verificatisi, hanno la tendenza ad essere “subito scoperti” per il fatto che essi prevedono un momento preciso in cui giungere a compimento, sia che riescano sia che falliscano (pensiamo ad es. a un golpe).

Del resto, non potrebbe essere altrimenti giacché una cospirazione deve necessariamente muoversi entro un orizzonte temporalmente e spazialmente limitato: difatti, come rilevato sempre da Popper, tanto più vasto è il disegno ordito dai partecipi a un complotto, tanto più aumentano le variabili da dominare e, quindi, il rischio di dare adito a “ripercussioni inintenzionali” che finiscano con il vanificare la stessa cospirazione.

Pertanto, se il complotto mira addirittura a controllare in modo continuativo e permanente la nostra intera realtà, al contempo ambendo a rimanere segreto, non potrà che fallire perché prima o poi qualcuno parlerà, qualcosa trapelerà o comunque qualche errore non rimediabile verrà commesso (è la natura umana), con la conseguenza che il piano verrà scoperto.

Tuttavia, sono proprio le cospirazioni di questo tipo quelle che più serpeggiano in gran parte della società, anche grazie a quella “No reason land” che talvolta è la rete, dove i complottardi di tutto il mondo possono entrare in contatto e rafforzare i loro convincimenti nel momento stesso in cui condividono le rispettive congetture, per lo più fondate sull’analisi dilettantistica di video e documenti ufficiali (cioè resi pubblici da quelle stesse forze, politiche e mediatiche, che avrebbero partecipato al complotto e che sarebbero state così sciocche da mostrare al mondo le prove del complotto stesso) oppure fondate su ciò che le autorità non avrebbero mostrato (e che loro, in barba a poteri così grandi da organizzare cospirazioni tanto vaste, avrebbero comunque compreso, magari sulla base dell’ipse dixit di qualche esperto, o presunto tale, che si sia distinto dalla cerchia di tutti gli altri esperti, “evidentemente” partecipi anch’essi della cospirazione: si tratta della pretesa, particolarmente evidente nel caso dei vaccini, di voler dare a intendere che esiste un dibattito scientifico laddove invece esso non esiste affatto).

Anzi, come in un gioco perverso di reciproca legittimazione, questi complottardi si illudono di aver aggirato l’obiezione di Popper, ossia che un complotto prima o poi deve far trapelare “qualcosa”, per il fatto di individuare “quel qualcosa” nelle analisi di altri complottardi (un po’ come se due giornali si accordassero per pubblicare entrambi una stessa notizia falsa e poi ciascuno di essi affermasse di averne tratto la veridicità dalla circostanza che anche l’altro l’ha pubblicata).

Ma l’atteggiamento antiscientifico dei nostri cospirazionisti non si ferma qui: dando prova di voler riportare le lancette della storia a prima di Galileo, essi non procedono secondo i canoni del metodo scientifico e, in particolare, del processo di falsificazione popperiano (per cui uno scienziato dovrebbe essere il primo a mettere alla prova la propria teoria cercando appunto di dimostrarne la falsità affinché, una volta vinte tutte le obiezioni, essa possa rivelarsi esatta), ma pretendono che siano gli altri a dimostrare che hanno torto (invertendo così la logica elementare dell’onere della prova) oppure, nella migliore delle ipotesi, cercano solo elementi a favore (secondo i dettami del c.d. verificazionismo), rifiutando di confrontarsi con le obiezioni, che spesso neppure conoscono né ascoltano, tanto da finire presto o tardi per dover replicare con un tautologico “è così perché sì”: se vi manca ancora questa esperienza e avete la pazienza di Giobbe, provate a confrontarvi direttamente con uno di loro e lo scoprirete.

Tra l’altro, è questo un atteggiamento davvero paradossale per chi, come generalmente fanno i complottardi, premette a chi li ascolta che dovrà dimostrarsi munito di notevole spirito critico e apertura mentale per poter accettare che la realtà sia diversa da come ce l’hanno raccontata.

Ora, in linea di principio, si tratta di un atteggiamento condivisibile, anche se, come ebbe a dire Piero Angela all’inizio della sua “Indagine critica sulla parapsicologia”, l’apertura mentale non può spingersi “fino al punto che il cervello caschi per terra”. E, come osservò una volta Carl Sagan, è legittimo pretendere da chi faccia affermazioni “straordinarie” che ci porti prove egualmente straordinarie e, quindi, che si mostri anche disposto a confrontarsi in modo competente con tutte le contestazioni che logicamente possano essergli rivolte: ad es., con riferimento a quelli che ancora pensano che lo sbarco sulla Luna sia stato realizzato in uno studio televisivo, Eco si chiedeva se si fossero mai domandati perché questa ipotesi non fosse stata sostenuta dall’Unione Sovietica, ossia il soggetto che più avrebbe avuto interesse a far passare questa ricostruzione e che avrebbe avuto anche i mezzi per smascherare un ipotetico finto allunaggio (visto che fu capace di rubare perfino i segreti della bomba atomica); inoltre, con riferimento a quelli persuasi che l’11 settembre sia stato orchestrato da Bush, viene da chiedersi perché la stessa “diabolica” Amministrazione, in Iraq, non sarebbe stata capace di far trovare un semplice fusto di sostanze chimiche così da giustificare l’intervento armato del 2003.

Il problema, come ricordava Eco, è che le “Bufale” hanno successo perché “promettono un sapere negato agli altri”, giocando sul fascino ancestrale che ha su noi tutti il “segreto” e coniugandolo con l’idea parimenti arcaica che ci sia sempre qualche forza occulta (e demoniaca) a governare la Storia (sia essa data dagli dei omerici della Guerra di Troia o da gruppi potenti come quello degli Illuminati).

Insomma, chi sposa la dimensione misteriosa della cospirazione, anche se si convince di essere una sorta di disinteressato liberatore degli altri dal giogo della menzogna, a volte lo fa inseguendo una sorta di edonismo autoreferenziale, per sentirsi speciale ed elevarsi da una massa che in realtà non ama affatto ma disprezza. Tuttavia, aggiungeva Eco citando l’ampia ricostruzione operata in “Rivelazioni. Il Libro dei segreti e dei complotti” da Massimo Polidoro, segretario nazionale del CICAP (Comitato Italiano per il Controllo delle Affermazioni sulle Pseudoscienze), il complottardo non è disposto ad accettare questa conclusione perché ciò implicherebbe la necessità di abbandonare quei deliri che, per dirla con Pasolini, gli consentono di non doversi mai confrontare con il peso della verità.

Pertanto, proseguiva Eco richiamandosi ancora a Polidoro, “il gusto dei complotti va interpretato applicando le categorie della psichiatria al pensiero sociale: si tratta di due fenomeni di paranoia, salvo che il paranoico psichiatrico vede il mondo intero che complotta contro di lui, mentre il paranoico sociale ritiene che la persecuzione da parte di poteri occulti sia volta contro il proprio gruppo, la propria nazione, la propria religione”.

Una paranoia sociale, questa, capace di esplicare effetti devastanti: in primis, come sosteneva Eco riportando gli studi di D. Jolley e K. Douglas, perché conduce coloro che ne sono vittima a disinteressarsi dell’impegno politico (sul presupposto che sarebbe completamente inutile confidare in istituzioni democratiche asservite al complotto); in secundis, perché porta acqua al mulino di tutti i nemici della democrazia, siano essi quelli interni (che come sosteneva Eco possono essere proprio i governanti e i veri gruppi di potere, i quali hanno tutto l’interesse a che si riduca il numero dei votanti, così da far pesare di più sul totale i voti clientelari, come pure a che i “pericoli immaginari” distolgano l’opinione pubblica dalle “minacce autentiche”), siano essi i nemici esterni (pensiamo al monito lanciato al Foglio nell’aprile 2016 da Hoiche Drouiche, vicepresidente della Conferenza degli Imam di Francia, il quale ha denunciato che è proprio tramite l’esposizione sistematica e prolungata alle tecniche “emozionali” della “teoria del complotto”, inteso qui come cospirazione dell’Occidente contro il mondo islamico, che i vaneggiamenti pseudoreligiosi di molti fondamentalisti riescono a radicalizzare tanti giovani musulmani europei fino a portarli alla barbarie suicida che tutti ben conosciamo).

Giunti a questo punto, sembra impossibile non ricordare Goya che, in una delle sue tele più celebri, centrò esattamente quello che nel suo tempo, ed anche oggi, rappresenta il punto focale di ogni umana miseria: è il sonno della ragione che genera i mostri. Una Ragione che, al pari della Scienza, viene ora da più parti rigettata, se non consapevolmente di certo inconsciamente, come se fosse corresponsabile, insieme a quello che Bodin chiamava il “demoniaco del potere”, della perdita nichilistica di ogni certezza, di ogni Fede, di ogni aspirazione all’astrazione fantastica. Già, perché credere disperatamente alle illusioni significa proprio questo: rinunciare al solo strumento che abbiamo per sondare la realtà al di là degli inganni dei nostri sensi e dei nostri preconcetti, per ambire a fare almeno un po’ di luce su una verità che cerchiamo a parole ma che temiamo nei fatti. E poi, affidarsi alla Ragione non significa affatto rinunciare all’esplorazione di tutti quei segreti che stanno ancora nascosti, nell’umano e nella natura, perché, come scriveva San Paolo nella sua Lettera ai Romani, è solo grazie all’ “intelletto”, alla Ragione, che possiamo a poco a poco rischiarare le “perfezioni invisibili” del Divino all’interno del Creato.

Comunque, anche volendo rimanere in una prospettiva più laica, quello che conta è che nel lungo viaggio per conoscere il mondo che ci circonda, se sarà sempre l’intuizione fantastica a darci la spinta, a farci porre le domande, tuttavia, le risposte, le risposte dovremo farcele dare dalla Ragione e non dai mostri che popolano le nostre ossessioni.

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