Il Sestante – La dignità del lavoro, se il messaggio del Papa è più liberale di quello di (certi) liberali

Il Sestante – La dignità del lavoro, se il messaggio del Papa è più liberale di quello di (certi) liberali

Come è noto, sabato scorso il Papa si è recato in visita all'Ilva di Genova e, incontrando in quella sede imprenditori, sindacalisti, operai e anche i disoccupati, ha avuto modo di spendere alcune considerazioni sulla necessità di guardare al lavoro "con la dignità che ha e che dà", perché il "lavoro è una priorità umana" e "cristiana".

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Come è noto, sabato scorso il Papa si è recato in visita all’Ilva di Genova e, incontrando in quella sede imprenditori, sindacalisti, operai e anche i disoccupati, ha avuto modo di spendere alcune considerazioni sulla necessità di guardare al lavoro “con la dignità che ha e che dà”, perché il “lavoro è una priorità umana” e “cristiana”. Infatti, nella prospettiva del credente, esso troverebbe il suo fondamento già nel primo comando che Dio diede ad Adamo, ossia quello di andare nel mondo a lavorare la terra, per farla crescere e dominarla: una prospettiva, questa, invero non troppo distante da quella dipinta dal Sofocle nell’Antigone, dove si elogiava la grandezza dell’uomo proprio a partire dalla sua capacità di imporsi, tramite il duro lavoro, perfino sulla “più sublime delle divinità, la terra”, rivoltata “di anno in anno” con “gli aratri”.

Insomma, sia ragionando a livello teologico che laico-filosofico, si potrebbe dire che il lavoro è la manifestazione più significativa dello spirito creatore dell’uomo, la premessa indispensabile non solo dell’auto-sostentamento, bensì, di ogni avanzamento da noi duramente conquistato nei secoli. Pertanto, neppure è un caso, come ricordato proprio dal Pontefice, che esso si ponga alla base del “patto sociale” su cui si edifica lo Stato, tanto che la Costituzione lo ricorda a più riprese: ad es., pensiamo all’art. 1, dove si dice che l’Italia è una Repubblica “fondata sul lavoro”, ossia sul valore che ciascuno di noi acquista in funzione di ciò che crea (o che si impegna a creare), e non in funzione di ipotetici titoli e privilegi; ma pensiamo, altresì, all’art. 4, dove si ricorda che il lavoro, oltre a essere un diritto, comporta anche il dovere di contribuire, “secondo le proprie possibilità e la propria scelta”, al “progresso” della società, che non deve necessariamente essere quello “materiale”, potendo anche consistere in forme di progresso “spirituale”, come nel caso di tutte quelle attività non economicamente misurabili che non incrementano il PIL ma risultano comunque essenziali per tenere vivo il fuoco del nostro umano spirito creatore (o, se preferite, la nostra piccola scintilla divina).

Ebbene, è proprio muovendosi su questa linea che il Papa ha svolto il suo ragionamento sul legame tra lavoro e impresa. In tal senso, infatti, Francesco è partito da un elogio del “buon imprenditore” inteso come quello che valorizza “La creatività, l’amore per la propria impresa, la passione e l’orgoglio per l’opera delle mani e dell’intelligenza sua e dei lavoratori”, nella consapevolezza che molto prima del profitto esistono la “dignità” e l’ “onore” dei lavoratori. Dei valori, questi, i quali: in primo luogo, postulano che ciascun dipendente venga retribuito adeguatamente per l’opera prestata (come prescrive anche l’art. 36 della Costituzione), con conseguente rigetto di tutte le forme di “ricatto sociale” che portano taluni datori ad approfittarsi dell’altrui stato di bisogno per imporre retribuzioni da fame; in secondo luogo, postulano che il ricorso allo strumento del “licenziamento” dovrebbe sempre configurarsi come un’extrema ratio, dovendo l’imprenditore essere consapevole che quella è una scelta che può distruggere la vita delle persone che lo aiutano a produrre. Infatti, l’impresa dovrebbe essere concepita come una “famiglia” in cui ciascuno partecipa dei destini dell’altro e dove, proprio per questo, tutti dovrebbero essere solidali gli uni con gli altri, non in spirito di “competizione interna” bensì di “cooperazione, mutua assistenza, reciprocità”.

Intendiamoci, il Papa si è mostrato perfettamente consapevole di quanto drammatica risulti la scelta di licenziare per la gran parte degli imprenditori, come del resto confermano le storie di tanti di loro, che a volte preferiscono rischiare il fallimento piuttosto che mandare a casa i propri dipendenti.

Dunque, va scolpito chiaramente che Francesco ha mosso una critica severa solo contro una specifica categoria di produttori di ricchezza: quella degli “speculatori” che, a suo dire, neppure dovrebbero essere chiamati “imprenditori”, ma piuttosto “commercianti” o “mercenari”, per il fatto di indulgere senza troppe remore morali nella pratica di “vendere” la propria gente sull’altare del mero interesse e del puro egoismo. Infatti, questi personaggi sarebbero il prodotto di una pseudocultura che mette al centro della vita solo il profitto e che, tra l’altro, si manifesterebbe anche dietro altri fenomeni apparentemente rassicuranti come quello della “meritocrazia”: una formula, questa, che ci viene normalmente presentata come un valore (e in effetti astrattamente lo sarebbe), nonostante spesso si perverta ad artificio retorico funzionale solo a legittimare le diseguaglianze (almeno quando indurrebbe a ritenere che chiunque non generi profitto, magari perché in condizione di povertà dovuta alla disoccupazione, sarebbe un immeritevole da emarginare).

Sennonché, tali considerazioni del Papa hanno dato adito ad alcune critiche, soprattutto da parte di certi ambienti di area c.d. liberale che, in esse, hanno letto il tentativo di delegittimare il valore della “meritocrazia” e quello dello “speculazione”.

In tal senso, un esempio perfetto di questo genere di critiche si rinviene in una recente presa di posizione del filosofo liberale Corrado Ocone su Formiche.net che, oltre ad asserire che il Pontefice avrebbe attaccato la figura portante del libero mercato (ossia l’imprenditore), ha poi esaltato la logica del profitto: in primis, affermando che l’imprenditore “se vuole ben svolgere il suo lavoro, e quindi creare ricchezza per l’intera società, non deve avere che una sola bussola: il profitto, senza se e senza ma”; in secundis, tessendo le lodi dello “speculatore” che, come sosteneva lo stesso Einaudi, si incarnerebbe nella figura “di chi guarda l’avvenire” per il fatto di tentare “a suo rischio, di scrutare (speculare) l’orizzonte lontano e indovinare i tempi che verranno”. Ora, al di là che è falso accusare il Papa di aver attaccato ogni tipologia di imprenditore (lo si è visto), la critica di Ocone appare particolarmente debole quando tenta di opporre al concetto di “speculatore” utilizzato dal Pontefice quella di cui parlava Einaudi: infatti, è la lingua italiana che conferisce alla nozione di speculazione diversi significati a seconda del contesto (e tra questi c’è anche quello di approfittarsi “con poco scrupolo” di una situazione, ed è in questi termini che il Papa l’ha utilizzata -basta leggere il suo intervento-, dunque, non certo per condannare chiunque rischi la propria ricchezza in un’attività economica). Ma c’è di più: siamo poi così sicuri che il vero liberale debba vedere nell’imprenditore un attore capace di perseguire solo e soltanto il profitto?

 Probabilmente no, perché fu lo stesso padre del liberismo economico, Adam Smith, a non avvallare tale tesi (almeno in termini così radicali): infatti, per dirla con Latouche, spesso si dimentica che Smith, nella sua Teoria dei sentimenti morali (1759), rifiutò l’idea che “gli effetti benefici dell’egoismo” (cioè “l’amor proprio (self-love)” e “l’ “amore di sé”, inteso come preoccupazione per i propri interessi”) potessero assurgere a “fondamento di una vita morale” giacché, semmai, questo si sarebbe dovuto ricercare nella “simpatia”, ossia un legame sociale animato da uno spirito altruista. Tra l’altro, chi non avesse simpatia per Latouche come la metterebbe se gli ricordassimo che perfino Einaudi rimarcava questo punto? Infatti, nelle sue “Lezioni di politica sociale”, Einaudi distingueva tra operatori economici “egoisti” (quelli che pensano “a sé soli” e condannano le società a divenire “regressive”) e operatori “costruttivi” (quelli che sono animati da “sentimenti diversi” che non si risolvono solo nella ricerca del profitto). Inoltre, in un articolo apparso sul Corriere della Sera già nel 1921, sempre Einaudi osservava che “I liberali non sono “in principio” contrari alla legislazione sociale” e che lo Stato “non può consentire che imprenditori senza scrupoli” dispongano come meglio credono degli “esseri deboli e incapaci di difesa” (allora il riferimento era allo sfruttamento del lavoro di donne e minori ma, “mutatis mutandis”, ciò basta e avanza a mostrare come, per i grandi liberali, lo Stato non sia solo uno strumento che serve le logiche del profitto).

Certo, sia Einaudi che Smith auspicavano un Stato assai più “leggero” di quello propugnato dalla nostra Costituzione e dalla dottrina sociale della Chiesa, ma il punto qui è che, forse, molti degli attuali cosiddetti liberali sono assai più distanti dai valori professati dall’autentico liberalismo di quanto non lo sia il Papa. Anche perché, quando Francesco ci rammenta che, nel lavoro, la dignità viene prima del profitto, fa esattamente quello che un Papa dovrebbe fare: ricordarci quello che c’è scritto nel Vangelo (con buona pace di quelli che se ne ricordano solo quando si tratta di brandirlo, peraltro impropriamente, contro l’Islam). Inoltre, parliamoci chiaro, anche solo nella prospettiva laica, le parole del Pontefice non fanno altro che mettere davanti ai nostri occhi una più profonda verità che giace nella coscienza di ciascuno di noi: quella per cui, quale che sia il sistema produttivo da noi prescelto, prima dell’economia viene sempre l’uomo. E l’uomo è molto più di quello che produce perché ha diritto, tramite il proprio lavoro, a ottenere la dignità e il tempo necessari a cercare la serenità e l’auto-realizzazione. Del resto, come ci ricorda un bel passo dell’Ecclesiast, fra tante delusioni, fra tante “vanità”, l’uomo “non ha altra felicità, sotto il sole, che” provare a “stare allegro”. E questo nessuno “speculatore” ha il diritto di togliercelo.