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Il Sestante – Dal Bushido a Gaber: forse la Politica è “Cultura”, ma esiste ancora il Pensiero?

Il Sestante – Dal Bushido a Gaber: forse la Politica è “Cultura”, ma esiste ancora il Pensiero?

Perché non organizzare delle iniziative (informali, conviviali e senza insegne) nelle quali far incontrare le diverse sensibilità, spesso auto-relegate a insultarsi sui social, e parlare di "culture politiche"? La destra e la sinistra avranno pure fatto il loro tempo, ma le idee sottostanti ad esse esistono ancora, magari in forme più evolute o non del tutto consapevoli di sé. Diceva Gaber: "e pensare che c'era il pensiero". Vogliamo scoprire se... c'è ancora?

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Tra le infinite voci che hanno dato corpo al Codice del Guerriero giapponese, il Bushido, mi piace oggi ricordare Nakae Toju (1608-1648). Toju era il nipote di un samurai che, nel corso della sua pur breve esistenza, elaborò una concezione molto particolare di “cultura”. Infatti, discostandosi dal “pensiero comune”, per lui la cultura non poteva esaurirsi nel “leggere poesie, comporre versi, conoscere l’arte della calligrafia e avere una personalità amabile e raffinata” ma, soprattutto, doveva essere intesa come l’arte di “governare la nazione e mantenere l’ordine nelle relazioni sociali”.

Insomma, seppur nel quadro della sensibilità orientale, Toju si poneva un problema da sempre comune anche all’Occidente: quello della “cultura politica”.

Sennonché, per quanto si possa esaltare la dimensione collettiva della democrazia degli antichi Greci oppure della res publica romana, inizialmente quella della cultura politica era una questione che veniva posta in senso prettamente elitistico, perché il vero problema era l’educazione del governante e non dei governati. Così, se prendiamo Aristotele, è vero che fu lui uno dei primi a cercare di definire la politica come l’arte della promozione del sommo bene (individuato nella categoria dai contorni invero abbastanza sfuggenti della “felicità”), ma i suoi insegnamenti erano in ultima analisi patrimonio di pochi, come Alessandro Magno, di cui proprio Aristotele fu il tutore. Del pari, se prendiamo il caso di molti secoli successivo del Machiavelli, non possiamo negare che egli si atteggiò essenzialmente ad educatore di Principi, perché era solo a questi ultimi che si rivolgeva quando spostava l’asse del ragionamento politico dal piano etico e morale (v. la felicità) alla dimensione pragmatica (infatti, da primo grande utilitarista moderno, fu lui a osservare “Facci dunque uno principe di vincere e mantenere lo stato: e’ mezzi saranno sempre iudicati onorevoli, e da ciascuno laudati”. In definitiva, nonostante questi mondi abbiano messo a fuoco l’eterno dilemma politico se sia preferibile seguire l’utile oppure l’ideale (o meglio in che misura bilanciare le due spesso opposte istanze), tuttavia, essi erano ancora portatori di una logica che vedeva contrapporsi non già delle diverse idee e visioni del mondo, bensì, dei diversi gruppi sociali costruiti secondo l’antitesi rigida servi-padroni (come avrebbe poi osservato Marx muovendosi sulla scia di Hegel).

Invece, dopo il tornante storico delle due Grandi rivoluzioni settecentesche, americana e francese, si inaugurò una stagione che determinò l’ascesa di una nuova logica oppositiva all’interno dell’universo politico. Una logica oppositiva che, a dispetto di alcune impostazioni materialistiche, non mi è mai piaciuto ridurre a mera antitesi tra schieramenti individuati da “interessi” di classe: infatti, a parte che con il tempo le distinzioni tra le “classi” sono diventate sempre meno chiare, a principiare da questo momento sono entrate prepotentemente in gioco anche le “visioni”, intese come “sistemi” di “idee in connessione le une con le altre” che, nel loro insieme, danno vita a un certo “progetto di società”. E sono proprio queste “visioni” che segnano il nuovo orizzonte della “cultura politica”, che da ora in poi non sarà più da intendersi come una generica arte di governare la nazione e le relazioni sociali, bensì, come un farlo secondo determinate prospettive ideali (o ideologiche).

In particolare, in questa nuova stagione, la prima antitesi nacque sulla scorta delle sopra citate rivoluzioni che immaginarono un cambiamento “radicale” della società rispetto a quella ereditata dal passato, ossia dall’Ancien Régime, fondato su una “visione” atavica del mondo tradizionale, da difendere (in modo “reazionario”) insieme a tutti i suoi privilegi. E così, a questi privilegi le predette rivoluzioni opposero le libertà politiche (es. diritto di voto nell’ambito della democrazia parlamentare), civili (es. libertà contro gli arresti arbitrari, libertà di associazione, di manifestazione del pensiero) ed economiche (es. proprietà privata e libertà di intrapresa nell’ottica del sistema di produzione capitalistico), in quanto considerate funzionali a realizzare gli interessi e la visione della nuova classe protagonista dei tempi, ossia la borghesia che anelava l’uguaglianza di fronte alla legge e la primazia dell’individuo rispetto allo Stato. Si trattò di idee che vennero messe a “sistema” nell’ambito di quello che oggi chiamiamo “pensiero liberale” il quale, invero, non è mai riuscito a creare una versione univoca della predetta visione: in primo luogo, sul piano teorico, come ad es. dimostrò il memorabile scontro tra i liberali Croce e Einaudi sul fatto se il “liberismo” fosse o meno una categoria distinta e deteriore del “liberalismo”; in secondo luogo, sul piano pratico, come testimoniarono le grandi diversità che intercorsero tra gli Stati ottocenteschi di stampo liberale (europei e anglosassoni) o addirittura all’interno degli stessi (pensiamo alla Destra e alla Sinistra storica italiane). Pertanto, non stupisce che il liberalismo sia stato definito da Andrew Vincent come “la più complessa e intricata delle ideologie”.

Comunque, quando il pensiero liberale scalzò definitivamente l’Ancien Régime e si tradusse in corrispondenti realtà statuali (non sempre fedeli a quel pensiero), alla “visione” che esso recava se ne contrapposero presto altre, tutte unite dalla critica a quello che era stato il principale limite dell’ordine liberale: l’eccessivo egoismo.

Infatti, all’atto pratico, l’idea della primazia dell’individuo e della libertà “dallo” Stato si tradussero in un tipo di società dove venivano sì affermati dei diritti (es. quello di impresa), ma senza che fossero combattuti i fenomeni di emarginazione (es. la povertà) che impedivano a gran parte della collettività di esercitare quei diritti (come avrebbe poi osservato Calamandrei, “un uomo che ha fame non è libero perché, fino a quando non si sfami, non può volgere ad altri i suoi pensieri”).

Insomma, per dirla con Dussel, era come se lo Stato liberale avesse costruito l’uomo alla stregua di una fredda monade che, sulla falsariga del “conosci te stesso” di Socrate, focalizzava ogni attenzione sull’ “io” (inteso come l’ “essere” per eccellenza) rispetto al quale tutto il resto (l’ “altro-da-sé”) diveniva un parmenideo “non essere”, un nulla di cui disinteressarsi.

Ecco quindi spiegato il fiorire di nuove culture politiche, nuove ideologie, tese a proporre un deciso cambio di passo sulla scia di “visioni” che, con diversi gradi di intensità, proponevano un recupero della dimensione sociale e solidaristica: si trattò ovviamente del Socialismo e del Comunismo ma, non dimentichiamolo, anche di altre correnti come la Dottrina sociale della Chiesa. Peraltro, nella loro fase più massimalista, i partiti rivoluzionari socialista e comunista rappresentarono l’avanguardia più radicale del cambiamento ed ebbero un duplice effetto storico: da un lato, quello di favorire l’ascesa delle ideologie antidemocratiche nate dal culto dell’azione e non prive di elementi massimalisti, come quelle fasciste che, talvolta, cercarono di proporsi come terza via rispetto alle visioni liberale e socialista/comunista; dall’altro lato, quello di spingere il vecchio liberalismo ottocentesco a evolvere, dismettendo i panni dell’egoismo puro per abbracciare anche quelli della solidarietà (peraltro, nell’ambito di una pluralità di partiti che, seppur accomunati dal riconoscimento del metodo democratico e da alcuni valori di fondo condivisi, si sarebbero resi di volta in volta più o meno disponibili ad abbandonare i canoni del liberalismo tradizionale).

Ebbene, è stato allo scopo di orientarci in questo dedalo intricato e incandescente che, nel corso del tempo, abbiamo imparato a servirci di alcune etichette semplificanti sotto le quali porre le une o le altre culture politiche (e le loro sotto-varianti): mi riferisco alle formule di “destra” e “sinistra” che, secondo Bobbio, sarebbero dei “luoghi”; che non designerebbero contenuti fissati una volta per sempre. Ora, questo non significa necessariamente che i due poli della diade non abbiano assunto nel corso del tempo un qualche significato tendenziale (ad es. Confrancesco riteneva che la destra tenderebbe a difendere la “tradizione” mentre la sinistra a promuovere l’emancipazione), tuttavia, è evidente che si tratti di significati troppo generici, nel senso che chi si identifica con una certa formula (destra o sinistra) dovrebbe quanto meno saper fornire dettagli ulteriori, ossia essere consapevole di quale sia il sottostante pensiero, la cultura politica che permette di legarsi a quella formula e, ovviamente, i caratteri di quella cultura (ad es. neconservatorismo o social-democrazia).

Altrimenti, il rischio è quello di trasformare l’appartenenza in uno stile manieristico fatto di ammennicoli esteriori ma completamente privo di sostanza (come nella nota canzone di Gaber, dove eri di destra se ti piaceva la piscina ed eri di sinistra se ti piaceva il mare): è la logica del tifoso della Roma o della Lazio, che è tale per assuefazione da antica affezione più che per un qualche motivo razionale (sono di destra, quella cosa mi dicono che è di destra, quindi la condivido). Ma c’è di più. Infatti, quando le formule non si legano più a un contenuto, si moltiplicano i casi nei quali i leader, per mera opportunità del momento, perseguono politiche tra loro scoordinate e, anzi, capaci di esplicare effetti tra loro contraddittori: questo, perché tali politiche vengono portate avanti al di fuori di una “visione” che dia loro coerenza di azione (in vista della realizzazione del tipo di società voluta).

Povero Toju, viene da dire, povero Toju che si era illuso che proprio la politica potesse essere cultura, cultura e non moda! E poveri tutti coloro i quali, indipendentemente dall’utilizzo delle formule destra e sinistra, sono consapevoli che della pluralità delle “visioni” c’è bisogno per rafforzare la democrazia e indebolire l’avventurismo di leader che non credono in niente!

Ora, io penso che questi temi dovrebbero essere pubblicamente approfonditi e dibattuti. Che chi sente di avere dentro di sé una storia di cultura politica, dovrebbe farsi avanti e condividerla, qualunque essa sia. Attraversiamo un periodo estremamente complicato, troppo complicato per viverlo alla giornata, ossia fuori da una “visione” e dunque senza una strategia coerente. Perché, e lancio la proposta qui agli amici de La Fune, non accogliere già su queste pagine degli spunti per un simile dibattito? Perché non organizzare delle iniziative (informali, conviviali e senza insegne) nelle quali far incontrare le diverse sensibilità, spesso auto-relegate a insultarsi sui social, e parlare di “culture politiche”? La destra e la sinistra avranno pure fatto il loro tempo, ma le idee sottostanti ad esse esistono ancora, magari in forme più evolute o non del tutto consapevoli di sé. Diceva Gaber: “e pensare che c’era il pensiero”. Vogliamo scoprire se… c’è ancora?