Il giornalismo sotto accusa, le teste calde e il clima da stadio da scongiurare

Il giornalismo sotto accusa, le teste calde e il clima da stadio da scongiurare

San Martino, ridente città alle pendici della Madonnina. Un martedì pomeriggio qualsiasi. Una manifestazione, una delle tante in Italia, per dire no all'allocazione di una settantina, così dicono, di migranti in un albergo del paese. In piazza forze politiche, cittadini. Circa 150 le persone, dati questura.

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San Martino, ridente città alle pendici della Madonnina. Un martedì pomeriggio qualsiasi. Una manifestazione, una delle tante in Italia, per dire no all’allocazione di una settantina, così dicono, di migranti in un albergo del paese. In piazza forze politiche, cittadini. Circa 150 le persone, dati questura.

Un editoriale su La Fune per cercare di aprire una prospettiva diversa e un’onda di commenti. Alcuni fuori dalle righe, messi in circolo da cani sciolti, che insultano i giornalisti definendoli “giornalai” (con buona pace dei giornalai), “pennivendoli”, “amici dei clandestini”. Poi l’escalation fino all’augurarsi il pestaggio dei giornalisti o addirittura l’invito a farla finita “perché non è il caso”.

E invece è il caso perché la questione migranti è seria ed è un tema di politica pura, che va affrontato con rispetto del Paese e della sua dignità a 360 gradi. Il che significa costruire politiche equilibrate, capaci di rappresentare una risposta sensata che sappia andare al di là della banalità di un muro. A meno che non si abbia una visione piccola dell’Italia, una visione in salsa ungherese. Tanto per essere chiari.

Bisogna partire da un dato: il disagio dei cittadini. Tanto, crescente, spaventoso, giusto. Disagio che però ha a che fare poco con i migranti e tanto con la crisi economica e con l’esistenza a vari livelli di una classe dirigente nei decenni inadeguata e sprecona, non preoccupata a lavorare per lo sviluppo dei territorio ma al rinnovarsi ciclico della propria poltrona. Risultato? Disoccupazione, dissipazione di risorse pubbliche, clientele sterili e dannose. Il male di questi tempi, in buona sostanza, c’è cresciuto dentro casa. Non arriva da fuori. Ora ai problemi che ci sono si aggiunge l’immigrazione. E questo rischia di rappresentare l’accensione di una miccia all’interno di una polveriera. Il razzismo non c’entra niente. L’unico problema dei migranti è uno: sono poveri e l’attuale sistema d’accoglienza più che per loro dà l’idea di essere stato architettato per altro.

I cittadini ci vedono un business. Un business per pochi che, dal punto di vista del cittadino, appesantisce lo stress che già c’è sul territorio. Vengono sollevati, a San Martino come altrove, problemi di ordine pubblico, di differenza di culture. Nella pancia c’è pure il “rosicamento”, che è anche comprensibile, di chi ha poco o niente e ritiene che l’accoglienza “rubi” risorse ai propri destini e a quelli dei propri figli.

La reazione facile è dire “no”. Ma questa è la logica del “non nel mio giardino”. Risolve qualcosa? Forse in apparenza sì e magari tanti potrebbero accontentarsi di questo. Ma è la giusta direzione? Su questo va aperta una riflessione. Nell’editoriale che ha scatenato le ire di qualcuno abbiamo tirato in ballo la latitanza delle istituzioni. Sul tema dell’arrivo dei migranti non c’è chiarezza. Il sindaco di Viterbo Leonardo Michelini sembra continuamente cadere dal pero e pure dalla Prefettura, vedi vicenda Cassia Nord, le cose non sembrano andare meglio.

E’ il pasticcio di come la questione viene gestita che miscelato con la situazione di disagio viva nei territori produce la potenziale polveriera. La realtà è che tutta la partita sull’immigrazione deve giocarsi a Roma. Ma è anche vero che chi amministra i territori dovrebbe gestire l’emergenza al meglio. La cosa da scongiurare è il soffiare sulle paure. Perché poi si rischia di andare alla deriva e travolgere tutto, anche i giornalisti. Anche i giornalisti che cercano, condivisibile o meno, di aprire nuove prospettive. Che invitano a inquadrare bene i problemi e a evitare le banalizzazioni. Non certo perché sono “amici dei migranti” o volenterosi “di portare tutta l’Africa a San Martino” ma perché si augurano una crescita vera del territorio. Crescita economica, cultura e di civiltà.

Civiltà che in questo momento passa anche per un’accoglienza sostenibile, vera e rispettosa dei migranti e dei cittadini. E’ in questa direzione che bisognerebbe cercare di costruire un percorso, in attesa che da Roma qualcuno capisca che serve una strategia capace di dare una svolta alla confusione attuale. Altrimenti siamo allo stadio e lo spettacolo è dei peggiori.

  • Luigi Tozzi

    Solo tanta solidarietà.

Natale Viterbo