Il caso della nave Aquarius, il fallimento del Trattato di Dublino e la folle gestione dei flussi migratori in Italia

Il caso della nave Aquarius, il fallimento del Trattato di Dublino e la folle gestione dei flussi migratori in Italia

La linea dura di Salvini ha creato un precedente importante: la nave Aquarius farà adesso rotta verso la Spagna, dimostrando che, a differenza di quello che i media ci hanno raccontato per anni, l'Italia non è l'unica destinazione possibile per i migranti soccorsi in mare dalle ONG.

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La linea dura di Salvini ha creato un precedente importante: la nave Aquarius farà adesso rotta verso la Spagna, dimostrando che, a differenza di quello che i media ci hanno raccontato per anni, l’Italia non è l’unica destinazione possibile per i migranti soccorsi in mare dalle ONG.

Molti si domanderanno: ma il Ministro dell’Interno può impedire ad una nave di una ONG di attraccare in un porto italiano? La risposta è sì. Forse non tutti sono a conoscenza che a febbraio è scaduta la missione Triton, sostituita dall’operazione Themis.

La novità principale dell’ operazione Themis è il venire meno della clausola che obbligava di fatto qualunque imbarcazione a portare i naufraghi soccorsi in Italia. I naufraghi soccorsi in mare dovranno essere fatti sbarcare nel porto più vicino al punto in cui è stato effettuato il salvataggio in mare (come prevede il Diritto internazionale marittimo), quindi non necessariamente in Italia ma anche in Tunisia, nella stessa Libia e a Malta.

Tra l’altro nel caso specifico della nave Aquarius, dato che le operazioni di recupero si sono svolte a poche miglia dalla costa libica, il porto sicuro più vicino è quello di Zarzis in Tunisia. Altro dato incontrovertibile è il fallimento del trattato di Dublino, sottoscritto nel 1990 e, successivamente, rivisitato nel 2013 (Dublino III).

Tale trattato prevedeva l’individuazione dello Stato membro responsabile per l’elaborazione di una domanda di asilo nel paese di primo approdo (quindi in quasi tutti i casi l’Italia). Stando alle norme, il meccanismo dovrebbe funzionare più o meno così: un migrante sbarca in Italia e comunica l’intento di voler presentare la domanda d’asilo. In quel momento, il migrante deve indicare in quale paese Ue, per ragioni famigliari o di altra natura, vuole che la sua domanda sia valutata.

Se il paese indicato rifiuta la richiesta, il migrante potrà presentare ricorso, ma dovrà comunque restare in Italia finché la domanda non sarà valutata. Questo meccanismo nella pratica comporta tempi lunghissimi facendo gravare il peso dell’accoglienza tutto sul paese di primo approdo. Dietro questi tempi burocratici lunghissimi si nasconde il rischio dell’illegalità e dello sfruttamento. 

E che coinvolge spesso anche quei potenziali rifugiati che pur di raggiungere i propri famigliari in un altro paese Ue preferiscono evitare le lungaggini del regolamento di Dublino e della burocrazia italiana ed europea, scegliendo vie di fuga illegali. Per far capire meglio la portata del fenomeno, solo il 20% dei migranti acquisiscono lo status di rifugiato, il restante 80% è composto da migranti economici, modo politicamente corretto per definire chi arriva clandestinamente in Italia.

Inoltre , vale la pena spendere due parole su quello che il Primo Ministro Conte ha definito “il business della finta accoglienza” ossia tutte quelle organizzazioni che si arricchiscono sulla pelle dei migranti.

Consideriamo che ogni anno l’ Italia riceve dall’ Unione Europea 133 milioni di euro e, per gestire l’emergenza sbarchi e la relativa accoglienza, ne spende 3,3 miliardi. Così, mentre calano le nascite, il debito pubblico aumenta.