Giovani della Tuscia dove siete? – Stefano Bigiotti: “Prima del “Cosa pensano”, domandiamoci “Chi” sono i Giovani”

Giovani della Tuscia dove siete? – Stefano Bigiotti: “Prima del “Cosa pensano”, domandiamoci “Chi” sono i Giovani”

Solo prendendo concretamente atto della necessarietà del contributo che le diverse generazioni possono fornire alla crescita della Tuscia che finalmente un’altra classe dirigente potrà riscattarsi dal luogo marginale a cui è stata per troppo tempo confinata.

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Dove sono? Cosa pensano? Cosa possono fare per decidere il futuro del territorio le giovani generazioni e perché non lo stanno sostanzialmente facendo, rimanendo al margine dei luoghi delle decisioni. La Fune ha aperto uno spazio di riflessione e dibattito sull’argomento, invitando sostanzialmente tutti a intervenire. Basta scrivere il proprio intervento a [email protected]

Cerchiamo il parere di giovani amministratori, di persone di altre generazioni. Politici, giornalisti, pezzi di società civile. Ci interessano tutti i pareri. Ecco una riflessione inviata in redazione da Stefano Bigiotti, consigliere d’opposizione a Valentano.

 

 

L’attuale classe politica (seppur con le dovute eccezioni) ci ha abituato a un’infelice banalizzazione della nozione “Futuro”, parlando spesso di “Giovani” senza mai confrontarsi veramente con essi e riducendo il tema a occasione elettorale, anziché elevarlo a valore di senso compiuto. Un fatto evidente, alla cui luce si fa ancor più apprezzabile il dibattito aperto da La Fune, già basato sulla tendenziosa domanda “Giovani della Tuscia dove siete?”, questione che suona come un invito a farsi avanti, ma che contiene in nuce le ancor più profonde ragioni di un rinnovato Rappel à l’ordre -Ritorno all’ordine- di stampo Modernista.

Difficile rispondere al “Cosa pensano” i giovani della Tuscia e al “Perché” appaia tanto difficile rintracciare il loro patrocinio nei momenti decisionali che si susseguono nel nostro territorio; arduo anche per chi, come il sottoscritto, a quella stessa classe generazionale dovrebbe per ovvi motivi anagrafici appartenere.

Il tempo condizionale appena usato non è casuale, giacché la contemporaneità ha abituato a un’eccessiva generalizzazione della categoria “Giovani”, apostrofando come tali gli appartenenti alle più disparate fasce d’età, in maniera del tutto indifferenziata.

Per affrontare il tema proposto da La Fune con serietà, credo occorra allora rispondere da subito a un altro interrogativo, che per senso logico precede le stesse domande allocate in premessa: ancor prima di domandarci “Cosa pensano”, è necessario infatti chiarire “Chi” sono realmente i “Giovani”, “Chi” oggi può essere effettivamente ascritto a una categoria generazionale dal valore semantico tanto sfumato.

Nell’immaginario comune ormai si è indistintamente “Giovani” da diciotto a quarant’anni, salvo poi essere catalogati, a partire dal cinquantesimo anno d’età, come figura da rottamare. D’altra parte è “Giovane” lo studente appena iscritto a un corso universitario, come lo è anche il quarantacinquenne professore associato che allo stesso studente insegna.

E’ considerato giovane il trentenne Vicepresidente della Camera dei Deputati, ma anche l’ex-Premier di dodici anni più anziano, come è “Giovane” il ragazzo neo-diplomato che si affaccia al mondo del lavoro e quello che invece lascia il Paese per cercare fortuna all’estero, magari dopo decenni di tentativi professionali infruttuosi, togliendosi così “fuori dai piedi” di una Nazione poco benevola, come aveva anzitempo suggerito -infelicemente- un noto Ministro dell’attuale Governo.

Quella appena presentata è certamente una lista redatta sulla base di luoghi comuni tendenziosi, ma tutti filtrati e digeriti nell’attuale dizionario della contemporaneità.

Credo allora che la nozione “Giovane”, per tornare realmente al centro di un dibattito culturale, debba necessariamente abbandonare ogni velleità anagrafica, trovando una nuova identità come definizione operativa e superando la questione generazionale: “Giovani” lo si è quando si acquisisce una consapevolezza tale da poter e voler fornire un contributo concreto alla società, specie in termini umani.

Non si è “Giovani” a prescindere, non lo si è a diciotto, a venti, a trenta e certamente non lo si è a quarant’anni, non lo si è per un numero riportato sulla carta d’identità o per le candeline appena spente sull’ennesima torta di compleanno e neanche in funzione dei traguardi professionali e civili più o meno raggiunti; “Giovani” si diventa quando si raggiunge una “Maturità sociale” tale da poter contribuire allo sviluppo della comunità in cui si vive, senza perpetrare quei modelli settari a cui la politica ha in genere abituato.

Seguendo questa logica allora molti potranno restare eternamente “Giovani”, mentre altri forse vivranno senza mai esserlo stati appieno, ma è proprio in funzione di quella consapevolezza critica e quella maturità raggiunta che è possibile nuovamente definire e circoscrivere il dominio del tema, senza cadere nella trappola della finta retorica che invece tanto sembra appassionare questo Paese in affanno.

Solo in relazione a una reale presa di coscienza del contributo serio che tutti possono – e dovrebbero – fornire al territorio che allora, anche per gli “anagraficamente giovani”, sarà possibile rivendicare un ruolo decisionale nella battaglia contro quegli stereotipi e quegli schemi obsoleti che costringono alla banalizzazione culturale.

Solo se impariamo a scrollarci di dosso la superata declamatoria della giovinezza potremo veramente rimettere al centro delle argomentazioni politiche la parola “Futuro”, come già aveva auspicato su queste stesse pagine il bravo Luca Profili, in modo scevro da qualsiasi personalismo o pregiudizio.

Solo prendendo concretamente atto della necessarietà del contributo che le diverse generazioni possono fornire alla crescita della Tuscia che finalmente un’altra classe dirigente potrà riscattarsi dal luogo marginale a cui è stata per troppo tempo confinata, riscoprendo proprio quei valori di “pietas, humanitas e religio” già anticipati da Emanuele Ricucci sempre all’interno di questo dibattito.

Solo allora si potrà dire cosa effettivamente pensano i “Giovani”, dove sono e perché il suono della loro- nostra voce appaia oggi tanto necessario quanto urgente.
Solo allora si potrà veramente parlare di un Ritorno all’ordine.

Natale Viterbo