Giovani della Tuscia dove siete? – Ricucci (Il Giornale): “Dobbiamo liberare i trentenni dalle camerette di mamma e papà”

Giovani della Tuscia dove siete? – Ricucci (Il Giornale): “Dobbiamo liberare i trentenni dalle camerette di mamma e papà”

Dove sono? Cosa pensano? Cosa possono fare per decidere il futuro del territorio le giovani generazioni e perché non lo stanno sostanzialmente facendo, rimanendo al margine dei luoghi delle decisioni. La Fune ha aperto uno spazio di riflessione e dibattito sull'argomento, invitando sostanzialmente tutti a intervenire. Basta scrivere il proprio intervento a [email protected]

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Dove sono? Cosa pensano? Cosa possono fare per decidere il futuro del territorio le giovani generazioni e perché non lo stanno sostanzialmente facendo, rimanendo al margine dei luoghi delle decisioni. La Fune ha aperto uno spazio di riflessione e dibattito sull’argomento, invitando sostanzialmente tutti a intervenire. Basta scrivere il proprio intervento a [email protected]

Cerchiamo il parere di giovani amministratori, di persone di altre generazioni. Politici, giornalisti, pezzi di società civile. Ci interessano tutti i pareri. Ecco una riflessione inviata in redazione dal giovane viterbese Emanuele Ricucci, caporedattore de “IlGiornaleOFF”.

 

 

Figli, fardelli e ricchi ereditieri. Spodestati, lacrimosi, capricciosi. E poveri, e disillusi, e buoni, accovacciati. Poi presi in giro, un po’ soli, spesso male accompagnati, consolati, dimenticati. Giovani italiani. Evocazione di qualcosa che non esiste, che si perde nella vacuità e che l’infame statistica riassume nella parolina magica, sciacqua coscienze e allontana spettri: nichilismo. Ma tutto questo è vero? I giovani italiani. Più comunitari dei loro padri, però solo virtualmente, sono insofferenti, affannati a costruirsi un futuro, a riempire il portfolio, intenzionati a non prender un bel calcio nel curriculum; si ritrovano a combattere per trovare il proprio ruolo e incarnare un’identità che superi il virtuale, mentre la nave affonda e il web strilla: «Si salvi chi può».

Sessualmente curiosi ma schiacciati dalla noia e annoiati dalla politica. Distruttori creativi, schiavi della cassa del McDonald’s. Invitati a banchettare sul baratro dall’individualismo, uniti per condizione nel collettivismo isolato: siamo in tanti ma non ci vediamo da mesi; non fratelli ma coinquilini. Che immagine hanno di sé? Nello specchio del nichilismo vedono il volto sfocato di chi li ha preceduti e ha lasciato loro un debito anziché un’eredità.

Nell’epoca della velocità siderale, leggono poco, strillano e scrivono molto. A cavallo tra l’Autarca che basta a se stesso, che ha raggiunto la condizione dell’autosufficienza e quindi la saggezza, la felicità, e l’Anarca di Jünger, in cui vive la sovranità dell’individuo, il rifiuto del potere e l’assenza di uno spirito di appartenenza ad una ideologia esatta. Vorrebbero fosse melma, ma è magma.

Sotto le macerie di questo tempo vi è una vitalità intrappolata che può riscattare la tragedia. Cova lì il fuoco di chi non si arrende alle statistiche, arma potente di un sistema che soffre di ejaculazione precoce. Perché solo questa ha la forza per irrompere sulla vera frattura post-ideologica del nostro tempo: che non è più destra contro sinistra, non è solo élite contro popolo, ma chiaramente è gioventù contro status quo.

Non è una guerra contro gli anziani capibranco. Ma contro l’inamovibilità di un intero apparato sociale che contempla (sempre peggio) tutti e tutto tranne che i giovani, o meglio i prossimi. Quest’ultimi li hanno parcheggiati nelle Università, lauree tre più due, master, tirocini, e tanto altro ancora prima di far loro respirare la maturità esistenziale. Così, molti fra questi sono diventati narcisi digitali che si nutrono di social network, cullati dagli schermi che accarezzano sensualmente.

Padroni, ma solo in pectore, del nuovo mondo, quello digitale, che paradossalmente subiscono invece di usarlo per impadronirsi del nuovo tempo che appartiene loro. Nativi digitali, moribondi del reale. Non vogliono essere visionari, gli basta la visibilità. Nelle piazze virtuali c’è l’identità multistrato che li confonde alla loro missione essenziale, la vera mancanza di questo tempo: l’unione. Anzi un termine non abusato: una complicità generazionale. Ossia la voglia di uscire dagli schermi e sfidare le bassezze a cui sono sottoposti. Già detto? No.

Qui parliamo di partire con semplici operazioni di protesta. Non accettare lavori a basso prezzo per non fornire alibi a chi crede che sia normale farli vivere dentro un eterno stage. Tirocinanti della vita. Creare gruppi di lavoro, comunità di giovani professionisti capaci di ideare progetti collettanei. Avere il coraggio di tornare anche alla terra, ma con il valore aggiunto delle nuove tecnologie e delle proprie conoscenze accademiche. Multidisciplinari. Destreggiarsi fra le bellezze del nostro Paese. Visitare i musei, comprendere la maestosità di chi ha costruito l’epica artistica italiana. Creare delle start up, certo, senza dimenticare però di investire sulla lentezza, quel pensiero meridiano che ci rende capaci di riflettere e di sedimentare fuori dagli schemi del puro produttivismo. E poi: non basterà inglesizzare la lingua, ma servirà amplificare il nostro ruolo di crocevia geografico, che ci permette di relazionarci con l’altro e con il resto del mondo mettendo a frutto le nostre radici. L’Italia è infatti il cuore del Mediterraneo ed è il luogo simbolico di un processo culturale che si può fare carico delle contraddizioni del mondo attuale, poiché essa è il ponte immerso fra l’arcaico sentire e il futuro presente che ha da sempre unito, oltre le differenze.

Questa generazione ha il compito di incidere sulle sorti di un continente, mettendo al centro dell’azione politica quel sentimento ancestrale di pietas, humanitas e religio che la Storia ha impresso nel nostro dna di italiani. Non arrendersi vuol dire lottare per rimanere nel proprio Paese, in direzione ostinata e contraria ai 107mila compatrioti che secondo le recenti statistiche hanno abbandonato l’Italia nel 2015. Non arrendersi vuol dire rimanere per sbugiardare chi con l’indice traccia per noi rotte straniere verso altri Paesi e continenti. Significa non farsi sostituire da una statistica, dal pregiudizio, dagli stereotipi, lottando per non scomparire. Significa prendere spazio. Perché i giovani italiani hanno voglia di girare il mondo, di fare esperienza, ma con la forte idea di ritornare e viverci, in questa eterna Italia.

Suggestioni, pensieri che forse, dovrebbero diventare azione.
Pensieri che trovarono spazio proprio nell’ultimo capitolo de Il coraggio di essere ultraitaliani, libro/speranza che scrissi – insieme a Nuccio Bovalino e Antonio Rapisarda – per Il Giornale e che uscii lo scorso ottobre. Una dedica, per dirla con Marcello Veneziani: tornare a dedicarsi.

I giovani italiani, fratelli che hanno la missione di liberare altri fratelli. Per liberare i 30enni imprigionati nelle camerette a casa di mamma e papà, non servono collettivi che occupano, né joystick della Playstation 4. Gli egocentrismi e gli onanismi uccideranno questa generazione. Chiunque cede al ricatto di una fotocopia del tempo, chiunque lo getta sotto le gomme della macchina in corsa, è nemico di quei 30enni rinchiusi in cameretta che scendono a pranzo quando mamma li chiama. Perché non c’é più tempo per giocare, ragazzi miei. Noi non siamo la generazione annichilita. E se ne vadano a cagare Galimberti e i suoi ospiti inquietanti. Così siamo per la statistica perchè pronti ad essere carne da macello sul mercato del lavoro e delle idee. Noi siamo la generazione che si riprenderà il suo tempo. Ma non ci crediamo, non lo abbiamo ancora capito. Lo faremo ad un patto: se toglieremo le briciole delle ideologie dal nostro tavolo e lo apparecchieremo per mangiarci tutti; se conserveremo, ardiremo, sperimenteremo, saremo fluidi e poi rigidi. Un inno alla passione, all’entusiasmo. Fluidi ai cambiamenti, capaci di interpretare il reale, rigidi agli attacchi degli speculatori. Lo faremo quando scardineremo la mentalità di provincia. Quando saremo uniti e uniremo i nostri contro, nel paradosso, lontano dalla dicotomia degli stereotipi, in un continente malato di Alzheimer, pur interpretando il mondo e il reale. Ma il nemico, il male oscuro è più grande di questi confini. La notte è un fiume di inchiostro denso.

Quando i nostri contro si plasmeranno in una volontà di distruzione creativa. Contro chi ci affama, contro chi ci sottovaluta, contro chi ci fa crescere in cameretta, contro chi ci divide e ci vuole partita iva in eterno, senza figli. Contro chi ci vuole far lavorare tanto e pagare niente. Contro chi ci ricatta e ci fa l’elemosina. Contro chi ci castra e neutralizza. Contro il grande Capitale, la massa, il globale. Contro chi ci ha parcheggiati col motore acceso. Contro chi ci distrae e ci rallenta. Contro chi “le faremo sapere”. Siamo la più bella generazione. Quella che ha di fronte la possibilità di essere contro per davvero, accantonando le sfumature. Arriverà il nostro tempo. O forse, è già arrivato.

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