Giovani della Tuscia dove siete? – Pasquale Bottone: “Viterbo ambiente ostile ai giovani”

Giovani della Tuscia dove siete? – Pasquale Bottone: “Viterbo ambiente ostile ai giovani”

Dove sono? Cosa pensano? Cosa possono fare per decidere il futuro del territorio le giovani generazioni e perché non lo stanno sostanzialmente facendo, rimanendo al margine dei luoghi delle decisioni. La Fune ha aperto uno spazio di riflessione e dibattito sull'argomento, invitando sostanzialmente tutti a intervenire. Basta scrivere il proprio intervento a [email protected]

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Dove sono? Cosa pensano? Cosa possono fare per decidere il futuro del territorio le giovani generazioni e perché non lo stanno sostanzialmente facendo, rimanendo al margine dei luoghi delle decisioni. La Fune ha aperto uno spazio di riflessione e dibattito sull’argomento, invitando sostanzialmente tutti a intervenire. Basta scrivere il proprio intervento a [email protected]

Cerchiamo il parere di giovani amministratori, di persone di altre generazioni. Politici, giornalisti, pezzi di società civile. Ci interessano tutti i pareri. Ecco una riflessione inviata in redazione da Pasquale Bottone, giornalista e direttore de L’Ora Legale.

 

La domanda di partenza è: giovani della Tuscia dove siete? (perché non vi date da fare, in pratica per cambiare in positivo il vostro futuro, invece di fare bella mostra della vostra assenza?). Di interrogativo ne viene a questo punto subito un altro in chi scrive: perché dovrebbero farlo, quali segnali di incoraggiamento hanno avuto in questi anni da tutta la società viterbese, ferma e immobile nei decenni?

Cresciuti in un ambiente che non ama i contatti con l’esterno, dove regnano da sempre il familismo più ostinato e il voto di scambio, dove tutto sembra già scritto e sono pochissime le speranze di cambiamento di uno status quo cristallizzato e soffocante, cosa potrebbero fare questi giovani? Stanno lì e già sanno che se appartengono a giri di potere che contano, se hanno parenti illustri o sono “figli di…” anche in questo grigiore generale si salveranno, altrimenti dovranno andar via o piegarsi ai compromessi più umilianti.

Perché dovrebbero dannarsi l’anima per poi sbattere contro muri di granito, lottare contro i mulini a vento quando a ogni accenno di protesta o di ribellione si troveranno intorno solo il silenzio generale o le facce sdegnate dei perbenisti? Il problema è che in una città dove il pensiero critico sembra roba da pericolosi sovversivi è estremamente difficile opporsi alla mancanza di futuro: è molto più facile rassegnarsi, gettare la spugna e, se proprio ci si crede, cercare un percorso sotterraneo per raggiungere l’obiettivo della salvezza piuttosto che manifestarsi , costruire, proporre alternative all’esistente.

Sin da piccolo senti che la cosa importante è non agitarsi, parlare poco, frequentare solo le persone che contano, saper aspettare il proprio momento, entri in questa dimensione mentale, ti accheti, non pensi certo di fare la rivoluzione, magari bevi, fai il pieno di aperitivi, poi anche la sera vino e magari superalcolici, per vedere in ogni caso il rosa della vita e non pensare a questa cappa di grigiore esistenziale che ti uccide l’anima.

I giovani in Tuscia sono terribilmente soli, nessuno ha mai pensato a loro, nessuno ha mai provato a farli sentire, oltre che orgogliosi e innamorati della loro terra, cittadini di un mondo più vasto: sono rinchiusi in una dimensione decisa per loro da cui potranno salvarsi solo con la fuga. E loro lo sanno, perciò quasi si nascondono, rinunciano, neanche sbraitano tanto. Dice: “ma questo stato di cose di cui ci hai parlato, come lo vedi, irreversibile?”. Mah, certo che no, ma l’unanimismo che vedo in giro molto mi spaventa: il pensiero dominante non va mai contraddetto, sia per una festa padronale o per una iniziativa ludica o per altro, il confronto va evitato e la polemica è solo roba per invidiosi, “rosiconi” et similia.

Ci vorrebbero overdosi di pensiero critico mattina sera e l’abbandono della diffusa mentalità di cercare un “Santo protettore in terra” sempre e comunque: per cominciare a sentirsi liberi, di dire e di fare. Altrimenti, amici miei, non è che la veda granché bene…

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