Festival Nazionale dell’Educazione, l’equipe dello studio Schiralli porta Viterbo in Europa

Festival Nazionale dell’Educazione, l’equipe dello studio Schiralli porta Viterbo in Europa

Didattica delle Emozioni, Educazione Emotiva e progetti europei. Questi tre elementi si coniugano perfettamente a partire da oggi 5 Luglio fino a Domenica 8 nella quarta edizione del “Festival Nazionale dell’Educazione, presso la Sala della Provincia a Via Saffi.

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 Didattica delle Emozioni, Educazione Emotiva e progetti europei. Questi tre elementi si coniugano perfettamente a partire da oggi 5 Luglio fino a Domenica 8 nella quarta edizione del “Festival Nazionale dell’Educazione, presso la Sala della Provincia a Via Saffi. L’apertura è affidata a  Umberto Galimberti, il 6 Luglio ospite d’onore sarà l’equipe di Rizzolatti, lo scopritore dei neuroni specchio. L’evento più importante ci sarà domenica 8 Luglio all’Auditorium dell’Università degli Studi della Tuscia dove saranno esposti i risultati del progetto europeo iniziato tre anni fa  sulla didattica delle emozioni.Cinque Paesi europei a confronto: Italia, Turchia, Romania, Ungheria, Inghilterra e l’Austria.

 Abbiamo deciso di conoscere più da vicino cosa significa “Didattica delle Emozioni” incontrando una giovane professionista viterbese che, fin dai primi momenti, ha seguito il progetto. Abbiamo intervistato la Dottoressa Francesca Mencaroni, psicologa psicoterapeuta dell’adulto e dell’età evolutiva, che ci ha accompagnato in questo viaggio dove l’educazione e il conoscersi un po’ più a fondo sono gli ingredienti fondamentali.

 Dottoressa Mencaroni, ci spieghi che cos’è nello specifico la didattica delle emozioni?

“ I primi a parlare di didattica delle emozioni sono stati la Dottoressa Rosanna Schiralli e il Dottor Ulisse Mariani che hanno reso Viterbo leader in questo campo. Sono stati i precursori di questo progetto che dura ormai da anni e che è arrivato in varie parti d’Europa.

La didattica delle emozioni è un format di prevenzione primaria. L’attività principale è la formazione agli insegnanti a cui vengono forniti degli strumenti per lavorare con i propri alunni sull’educazione emotiva. Sono una serie di esercizi, attività e giochi sulle emozioni pensati proprio per non costituire un surplus di lavoro per gli insegnanti. Lavorare sulle emozioni significa riconoscerle, capirle e soprattutto imparare a gestirle per vivere in armonia con loro.”

Rispetto ai primi anni, c’è più apertura verso queste metodologie?

“La prima sperimentazione di questo format è datata 2006 con un finanziamento della Regione Lazio per un progetto in alcune scuole di Viterbo su 1300 alunni ,i risultati sono stati molto soddisfacenti raccontati poi successivamente nel libro “Intelligenza Emotiva a scuola” edito Erikson. Dopo questo primo periodo di sperimentazione, il progetto è stato portato nelle scuole italiane e ci siamo resi conto che l’educazione emotiva non era poi così conosciuta. Adesso, a distanza di anni, c’è molta più consapevolezza tanto che è stato finanziato un progetto europeo sostenuto già da dati che mettevano in relazione l’educazione emotiva, con il benessere psicologico in ambito di prevenzione.”

Cosa significa, in quest’ottica, imparare a gestire le proprie emozioni?

“Gestire le proprie emozioni significa iniziare a conoscere sia quelle piacevoli sia quelle spiacevoli ed è considerato un fattore di protezione contro il malessere psicologico quali le dipendenze patologiche che sono fenomeni che nascono proprio per l’incapacità del soggetto di gestire le proprie emozioni.”

Gli insegnanti come si approcciano a questa realtà?

“I più predisposti ad apprendere sono sicuramente quelli delle scuole dell’infanzia e primarie, c’è un’attenzione diversa rispetto al lavoro che si deve fare nei licei dove la situazione è più difficile da gestire. Nella sperimentazione infatti si è notato che le tecniche di educazione emotiva, nell’adolescenza, costituiscono comunque un fattore di protezione però non producono un aumento del benessere, c’è infatti una stabilizzazione, una situazione di equilibrio. Si è potuto constatare che le competenze emotive aumentano quanto è più bassa la fascia d’età.”

Qual è l’idea cardine del progetto di Educazione Emotiva?

“E’ un progetto di prevenzione primaria con l’idea fondante che  Prima si interviene prima si  riesce a fornire delle abilità per far fronte alle sfide che si presentano nella vita.  Nell’adolescenza alcune capacità psicologiche si stanno già strutturando quindi intervenire tardi è comunque più difficile da gestire. “Prevenire è meglio che curare” è sempre una grande verità.”

Posso chiederLe qual è la Sua idea rispetto ai ragazzi con cui le capita di lavorare?

“Da una parte vedo sicuramente la parte più problematica perché durante la mia attività di psicoterapeuta i problemi che si presentano sono già conclamati però, quello che noto frequentemente è che gli adolescenti sono molto soli. Soli, lasciati a loro stessi e per questo con un’alta probabilità di cadere in problemi difficili da risolvere senza un adulto di riferimento che li posso accompagnare verso la soluzione.

Dal punto di vista educativo, vedo essenzialmente due tipi di famiglie: una democratico permissiva dove la relazione genitori-figli è paritetica, il pilota dell’aereo che dovrebbe essere il genitore, cede spesso il timone al figlio. Un ragazzo di 15 anni non ha ancora la capacità di capire cosa è giusto e cosa non lo è ed ha bisogno di qualcuno che lo indirizzi. La struttura celebrale non è ancora formata, tanto che i test di personalità si iniziano a somministrare intorno ai 18 anni proprio perché il cervello, nell’adolescenza, non è ancora completamente strutturato. Permettere troppo e sempre non è una strada percorribile.

L’altro tipo di famiglia che mi capita spesso di incontrare è quella iperprotettiva, analizzata già in uno studio di Nardone su un campione di un centinaio di famiglie italiane. In questo tipo di famiglia, i genitori si sostituiscono ai figli: genitori che fanno sempre i compiti con i figli, quelli che li difendono sempre in qualunque situazione, quelli che “lo aiuto perché non ce la fa”. In questo modo non sono ne un supporto ne un sostegno. Fare tutto sempre insieme non fa progredire i ragazzi e soprattutto non forgia l’autostima.”

Come vede il rapporto scuola-famiglia alla luce di queste due tipologie di nuclei familiari?

“Soprattutto nel caso delle famiglie iperprotettive, non c’è una condivisione scuola-famiglia. Manca spesso. Rispetto al passato dove in seguito ad un brutto voto o ad una brutta risposta all’insegnante si interveniva sui ragazzi, adesso spesso i genitori è come se la prendessero sul personale trasformando, in questo modo, la scuola come “un affare di famiglia”. Il senso della didattica delle emozioni è fornire ai ragazzi e ai bambini uno spazio in più dove poter imparare a sviluppare l’empatia per imparare a riconoscere le emozioni, ma soprattutto a viverle al meglio in modo sano. Il fattore di protezione è proprio questo.”

Come nasce il Progetto Europeo “Emoschool Emotional Education for early school living”?

 “Il progetto è stato vinto nel 2014, ma era già stata anticipato tempo prima in una ricerca usando una scala di sperimentazione più piccola ed era rivolto alla prevenzione dalle dipendenze patologiche. Io personalmente mi sono occupata della formazione dei tutor, l’idea principale era quella di creare una piattaforma online dove fare formazione agli insegnanti su questi temi. Il prodotto finale sarà questa piattaforma  che si sostiene da sola con delle esercitazioni, con dei test di valutazione ecc. Quest’anno  a Viterbo ci sarà la presentazione dei risultati di tutto il progetto a cui è importante che partecipino in tanti perché l’educazione è affar di tutti, è un problema sociale destinato ad incontrare, ad unire, a confrontarsi.  E’ stato un grande lavoro che ha dato grandi soddisfazioni e per questo ci auguriamo che partecipino molti cittadini.”

Come è stata per Lei questa esperienza come professionista?

“E’ stata un’esperienza formativa bellissima che valorizza il lavoro di un’equipe viterbese come quella dello studio Schiralli. La nostra associazione di chiama “Emotional traning center” ed è un fiore all’occhiello per la nostra città perché è proprio qui che si è condotto un lavoro di risonanza internazionale. Sarebbe bello poter continuare a lavorare in questo senso e infatti mi auguro che la nuova amministrazione comunale accolga i frutti del nostro lavoro e continui a lavorare in questo senso. L’obiettivo è operare sulla prevenzione e non sull’emergenza come spesso siamo abituati a fare.

Per me è stata una bellissima esperienza lavorare con lo studio Schiralli che mi ha permesso di conoscere questo ambito molto importante, sono stati sicuramente dei precursori in questo campo dimostrando con i fatti che l’educazione emotiva è una grande risorsa. E’ la mia missione, io credo fermamente in quello che sto facendo, c’è tanto disorientamento dal punto di vista familiare dove molti punti fermi mancano o si sono persi. Quando si dice che i ragazzi sono fragili bisogna pensare che i ragazzi sono figli di genitori fragili.”

Farete conoscere la nostra Tuscia ai Vostri patner in visita durante il Festival?

 “Certamente si. Li porteremo nei luoghi più belli della nostra terra: a Civita di Bagnoregio, alle Terme dei Papi, abbiamo richiesto delle guide turistiche a Viterbo che possano raccontare quanto sia bella la terra in cui viviamo e in cui questo progetto è nato. Questi progetti hanno anche una funzione culturale e ogni gruppo, nel proprio paese di appartenenza, si è occupato di promuovere il territorio. Noi non saremo da meno e faremo conoscere ai nostri patner europei Viterbo e le sue bellezze.”