Economia, la Tuscia non riesce a decollare

Economia, la Tuscia non riesce a decollare

Il consueto quadro altalenante. Con qualche luce e diverse ombre. Con punte di eccellenza, ma anche con settori che continuano a mostrare il fiato grosso. Il 18° Rapporto sull'economia della Tuscia, redatto come sempre dalla Camera di commercio, è sostanzialmente simile a quelli degli ultimi anni con qualche preoccupante dato negativo

ADimensione Font+- Stampa

Il consueto quadro altalenante. Con qualche luce e diverse ombre. Con punte di eccellenza, ma anche con settori che continuano a mostrare il fiato grosso. Il 18° Rapporto sull’economia della Tuscia, redatto come sempre dalla Camera di commercio, è sostanzialmente simile a quelli degli ultimi anni con qualche preoccupante dato negativo. I nostri territori insomma restano molto lontani dalle regioni del Nord che hanno di fatto già recuperato il gap e le difficoltà registrati nei primi anni del secolo a causa della crisi mondiale, ma non è molto distante nemmeno dalle zone meridionali del Paese che registrano livelli di crescita medio – bassi (molto più tendenti al basso, a dire il vero).

Tanto per segnalare qualche dato, nel periodo 2016-2017  il valore aggiunto (cioè la crescita di valore che si registra nell’ambito della produzione e distribuzione di beni e servizi) è aumentato in Italia e nel Lazio dell’1,9%; nel Viterbese si è fermato all’1,5%. E nello stesso arco temporale si devono registrare variazioni negative nelle esportazioni (-3,4%) soprattutto a causa delle perfomance di settori come agricoltura (-2,2), alimentare (-9,4) e tessile (-18) che in precedenza avevano tirato molto, al contrario del comparto ceramico che si segnala per un convincente +5%. E si deve registrare una consistente flessione anche nelle importazioni (-7,4%), a conferma di un basso livello di consumi interni. Come pure è ampia la differenza nel valore aggiunto pro capite: 25.500 euro è la media italica, poco meno di 19mila nella Tuscia. Un quadro tutt’altro che brillante confermato anche dai dati sull’occupazione: di fronte al 60,9% del Lazio e al 58% nazionale, da noi siamo al 56,3; mentre la disoccupazione da queste parti è al 13% (con particolari difficoltà tra le donne e i giovani), contro il 10,7 regionale e l’11,2 italiano.

I segnali positivi? A macchia di leopardo, come sempre. Il numero delle imprese è cresciuto (per la stragrande maggioranza piccole e micro) dell’1,1% grazie ai buoni risultati di agricoltura, servizi di alloggio e ristorazione, commercio e servizi di informazione comunicazione; in difficoltà ancora manifatturiero (-0,2%) e costruzioni (-1,3%). L’analisi del presidente dell’ente camerale Domenico Merlani (nella foto a destra) è realistica: “L’economia si evolve continuamente e a velocità elevata. Questo fenomeno è presente anche da noi dove diverse aziende stanno attuando piani di riorganizzazione e modernizzazione che inducono ad essere moderatamente ottimisti. In sintesi non siamo totalmente in crisi”.  L’azione della Camera di commercio è concentrata in tre settori. Ancora Merlani: “Alternanza scuola – lavoro con accordi con diversi istituti superiori del territorio; investimenti sulla digitalizzazione (settore in cui il gap con il resto d’Italia e d’Europa è ancora ampio), rete tra istituzioni (università ed enti locali, soprattutto) per favorire un maggiore e più proficuo incontro nel settore del lavoro tra domanda e offerta”. “Noi – conclude il presidente – non abbiamo sicuramente la possibilità di far aumentare i fatturati delle imprese, ma possiamo facilitare percorsi che rendano meno complicata la vita degli imprenditori. Penso soprattutto a meccanismi di sburocratizzazione e di più semplice accesso al credito”.

Anche il segretario generale Francesco Monzillo, che illustra nel dettaglio gli esiti dell’indagine non si discosta dalle considerazioni precedenti: “Il quadro generale – sottolinea – non è particolarmente ottimistico anche se in leggero miglioramento rispetto al passato”. Interessante poi l’indagine che sta compiendo la professoressa Tiziana Laureti dell’Università della Tuscia: insieme al suo staff sta distribuendo un questionario ai turisti che arrivano nella nostra provincia (suddivisa in 5 macro aree). I primi responsi indicano in maniera inequivocabile che le principali critiche di chi arriva da queste parti e vi trascorre qualche giorno sono concentrate sul trasporto pubblico locale, evidentemente non all’altezza (e su questo non c’erano dubbi di alcun genere anche da parte di chi qui ci vive).

Sul tema interviene il consigliere regionale Enrico Panunzi (Pd) che ricorda come “in Italia negli anni scorsi sono stati investiti 9 miliardi in infrastrutture; nello stesso periodo la Grecia ne ha spesi 18 e il Portogallo (il cui Pil totale è inferiore a quello del Lazio) ben 38. Il problema vero non sono i fondi che spesso ci sono, ma i tempi di realizzazione incompatibili con quelli di una società moderna”. Panunzi sottolinea poi che “Roma è la capitale europea meglio collegata con i dintorni”. Sarà pure così, ma impiegare almeno due ore per andare in treno da Roma nella Capitale non è proprio il massimo… Chiude la professoressa Anna Maria Fausto, pro rettore dell’ateneo viterbese: “Il dialogo tra istituzioni e imprese non è sempre semplice. Vanno conciliate esigenze diverse, talvolta anche contrastanti. Ma questo punto di oggettiva debolezza deve trasformarsi in un punto di forza attraverso la collaborazione e l’individuazione di percorsi compatibili nei quali ognuno sappia dare il proprio contributo”.

La sintesi? L’economia va benino, ma non di più; in molti casi è rappresentata da aziende troppo piccole e soprattutto divise e frastagliate. Sovente sull’orlo del baratro, ma spesso anche pronte a spiccare il volo. Non è una situazione che possa indurre a particolari trionfalismi, ma neppure a sprofondare nel pessimismo globale. Bisogna ammodernarsi e mettersi al passo con i tempi. Altre ricette e soprattutto scorciatoie non ce ne sono.