Dopo le smart city, le sharing city: Viterbo è però ferma al palo

Dopo le smart city, le sharing city: Viterbo è però ferma al palo

Viterbo sia con il Plus che con altri piccoli interventi si è provato a mettersi al pari con i tempi, ma i risultati ancora oggi non sono ben visibili e ora quello che sembrava essere il futuro è già il passato.

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Mentre il mondo corre e supera le Smart city, Viterbo è ancora lì a guardare con lo sguardo da provinciale a quel che potrebbe essere. Non bastano le residenze smart a fare una Città smart, o nemmeno i parcheggi intelligenti quando saranno installati. Il mondo corre veloce e dopo le Smart city, si parla già di Città della condivisione, un altro mondo che supera (anche di tanto) il concetto delle Smart city. Viterbo sia con il Plus che con altri piccoli interventi si è provato a mettersi al pari con i tempi, ma i risultati ancora oggi non sono ben visibili.

Tutto ciò mentre ci sono città da cui si potrebbe prendere spunto, perché non lontane anni luce, se non forse nella capacità di immaginare il futuro. Milano, Torino e Bologna ad esempio, se non proprio Seul, hanno ormai virato verso le sharing city, le città della condivisione.

Che cosa significa? Significa avere spazi accessibili e condivisi, luogo per il coworking e altre forme di vera e propria solidarietà tra cittadini che possono essere sostenute e soprattutto stimolate dalle amministrazioni. A fare una panoramica di quel che succede nel mondo e in Italia durante la convention di Fondazione per la Tuscia di domenica scorsa è stato Mauro Rotelli, uno dei fondatori di Medioera e digital champion di Viterbo.

Il comune di Milano ad esempio ha stanziato 400mila euro per sostenere progetti di crowdfunding che abbiano raccolto dai cittadini almeno il 50% dei fondi richiesti. Progetti che devono rispondere ad alcune linee guida stabilite dall’amministrazione. Nel capoluogo piemontese da poco i cittadini possono contare sul Living Lab. Uno spazio per mettere alla prova soluzioni sperimentali in un contesto urbano e non in un contesto laboratoriale. A Bologna c’è invece CO-Bologna, insomma la Bologna collaborativa, progetto della Fondazione del Monte di Bologna e Ravenna che opera in vari campi. A dar forza al progetto anche una sorta di Statuto scritto dal Comune, che poi è stato adottato anche da un centinaio di altri Comuni in Italia.

Insomma Viterbo, ha tanto da imparare. Guardare oltre le mura della città può essere utile per cogliere le opportunità del presente.

Un approfondimento su L’Espresso.

  • pascal91

    Ah se lo dice Rotelli, che da assessore diede l’appalto delle mense delle scuole a una ditta del clan dei Casalesi, allora mi fido.

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