Da un nuovo museo urbano ai giardini papali: Carpenzano ci racconta la “sua” Viterbo

Da un nuovo museo urbano ai giardini papali: Carpenzano ci racconta la “sua” Viterbo

Dal Museo urbano di Viterbo alla nuova configurazione dei giardini papali, passando per il sistema murario cittadino, al salotto buono in zona Porta Fiorentina, alla movida al Sacrario.

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Dal Museo urbano di Viterbo alla nuova configurazione dei giardini papali, passando per il sistema murario cittadino, al salotto buono in zona Porta Fiorentina, alla movida al Sacrario. Sono questi in sintesi alcuni dei progetti portati avanti dai circa 20 studenti che partecipando al workshop organizzato dal Dipartimento di Architettura e Progettazione dell’Università La Sapienza di Roma in collaborazione del Comune di Viterbo nell’ambito del Masterplan della Città storica. Il progetto è coordinato dal prof. Orazio Carpenzano, incontrato da La Fune nella chiesa degli Almadiani, dove lavorano i 20 studenti. Progetti che nel brevissimo termine difficilmente vedranno la luce, ma che invece potranno essere tradotti in fatti con un po’ più di tempo.

 

Innanzitutto, cosa rimane alla città dopo tutti questi studi e progetti?

“Operazioni di questo tipo servono, come può servire un molinello o un motorino dentro a un pantano: servono innanzitutto a scuotere le acque. Accettare uno sguardo esterno, significa capire che chi viene da fuori guarda tutto da una angolazione diversa. Chi ha sempre sotto gli occhi la città, non riesce a vederla con la stessa tensione, perché è difficile astrarsi dalla quotidianità”.

 

Questo nuovi sguardi a cosa stanno portando?

“Sono sguardi proiettivi e non servono solo ad osservare quello che c’è, ma anche a desiderare che quello che c’è venga rimesso in circolo in una nuova dimensione. La filosofia che c’è è questa”.

 

Cioè?

“Il nostro suggerimento è che non bisogna inventarsi niente, il materiale di base c’è. C’è un tesoro sterminato, di cui però purtroppo sono rimaste pochissime intenzionalità proiettive ed è rimasto in archivio. Dobbiamo ritirarlo fuori rioffrendolo alla collettività locale, nazionale e sovranazionale. Perché la dimensione di Viterbo è questa”.

 

Come si fa?

“Per rimetterlo in circolo c’è bisogno di riguardare il patrimonio e di scriverci sopra. Insomma, uso una parola brutale, di riciclarlo. Dobbiamo ridare alla città l’opzione di un nuovo orizzonte di vita. L’operazione difficile è quella di riportare la storia nella contemporaneità”.

 

 

Mi dica qualcosa di più..

“Per riportare gli abitanti e le nuove generazioni a vivere in centro bisogna rigenerare il patrimonio. Ciò non significa immaginare nuove cubature, ma adattare parte di quello che c’è a nuove esigenze. Bisogna agire in alcuni punti mirati, come in un’iperazione di agopuntura urbana. Altre realtà invece troppo delicate e rischiano di essere compromesse e vanno dunque custodite, altre ancora vanno valorizzate per narrare la città a chi viene a vederla e alle nuove generazioni. Dobbiamo continuare a raccontare questa città”.

 

Dopo mesi di osservazioni, quali sono le criticità principali di Viterbo secondo Lei?

“Ci sono alcune cose che sono sottovalutate. Manca il rispetto, dal punto di vista del decoro urbano, di alcuni punti fragili che sono vessati. Dal traffico, all’inquinamento commerciale e acustico, da un uso non adeguato delle strutture. Ad esempio questa chiesa dove ci troviamo ora (alla chiesa degli Almadiani, ndr) è come una natura morta su un vassoio, è completamente decontestualizzata, il terreno non le appartiene più ed è trattata molto male. Invece potrebbe esser uno di quei luoghi in cui la Città potrebbe ritrovare uno spazio per un uso collettivo, magari per i giovani. Se solo diventasse un luogo dove poter ascoltare musica o fare delle teche audio-video. Lo si potrebbe mettere a disposizione come mediateca aperta h.24 per gli studenti. Così gli ridaremmo vita”.

 

Parla di decoro, altri esempi?

“C’è un uso piuttosto selvaggio di alcuni spazi urbani, che sono molto delicati e avrebbero bisogno di attenzione. Dal sistema di illuminazione, al sistema vegetale. La piazza del Duomo, sotto alla fontana della Loggia è un luogo inaccessibile e buio, ma invece è un luogo straordinario, che racconta molto di Viterbo. È il luogo attraverso il quale si vede valle Faul. Ci sono dei piccoli accorgimenti che mettiamo in evidenza nei progetti che servono a questo. C’è poco da toccare, molto da mettere mano nella materia della storia per farla rinascere”.

 

Cosa rimane all’amministrazione comunale?

“Lo decide l’amministrazione, se lo vuole la comunità può dare delle linee di indirizzo per realizzare interventi ed ha anche dei progetti. Si potrebbero fare dei concorsi perché la regola dovrebbe essere quella del concorso aperto a tutti. È importante però che la domanda sia giusta e calibrata, perché se lo è allora la risposta sarà di altissima qualità. Spesso i concorsi sono disertati dalle grandi firme o dalle persone di qualità perché la domanda è vaga e le garanzie sono scarse. Quindi se l’amministrazione riesce a decidere sui progetti, avrebbe già tutti gli elementi”.

 

Quale è l’intervento più sconvolgente che avete immaginato?

“Sono cinque progetti importanti. C’è il Sacrario, dove vorremmo concentrare la movida dei giovani. È una piazza che va fatta riemergere. Poi c’è il Museo urbano della città che credo sia quello più importante. Con un investimento dei privati si potrebbero ricostruire in scala alcuni pezzi della città che sono impossibili da vedere, alcuni anche perché sono scomparsi. C’è tanto da raccontare sul processo di formazione di Viterbo, sui suoi riti, compresa la Macchina di Santa Rosa. Per noi andrebbe messo all’ex ospedale e nel Palazzo Farnese. E poi un altro progetto importante è quello del grande parco dei giardini papali nell’acropoli, che sarebbe una novità assoluta. Io sono per la città pubblica e quindi dico proprio questo: il sistema dell’acropoli, in zona duomo, e il museo urbano”.