Cervo scopre un’iscrizione di Cecco del Caravaggio in Puglia?

Cervo scopre un’iscrizione di Cecco del Caravaggio in Puglia?

Tutto inizia con una passeggiata a Monte Sant’Angelo durante una pausa dai lavori in residenza nella quale è coinvolto nell’ambito del progetto Eu Collective Plays!. La meta è la Grotta di uno dei più importanti Santuari al mondo, sita proprio in questo piccolo paese in provincia di Foggia.

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Cervo in residenza in Puglia scopre un’iscrizione di Cecco del Caravaggio?

Tutto inizia con una passeggiata a Monte Sant’Angelo durante una pausa dai lavori in residenza nella quale è coinvolto nell’ambito del progetto Eu Collective Plays!. La meta è la Grotta di uno dei più importanti Santuari al mondo, sita proprio in questo piccolo paese in provincia di Foggia.

Dopo giorni a parlare di Cecco del Caravaggio con i drammaturghi della residenza artistica Joele Anastasi, Erdem Avşar, Emily Gillmor Murphy e Danielle Pearson, il direttore del Festival Quartieri dell’Arte e drammaturgo Gian Maria Cervo scopre una incredibile iscrizione, tra le tantissime presenti, firmata “Francesco Boneri bresciano” e datata giugno 1600. Una iscrizione che è sempre stata lì, visibile a tutti, ma che nessuno ha mai collegato con Caravaggio e con il uso ragazzo di bottega Cecco. Anche perché di presenze in questa zona d’Italia di Caravaggio non sono mai state ipotizzate, né, tantomeno, appurate. Per capire cosa riguarda la (ipotetica) scoperta è però necessario fare un passo indietro e, prima ancora, specificare che quelle che scriveremo nelle prossime righe sono ad oggi delle ipotesi indiziarie, dalle quali però sono nate delle suggestioni molto affascinanti che piano piano si sono trasformate in piccole certezze.
 

• Chi era Cecco del Caravaggio

• Il viaggio di Cecco e Caravaggio in Puglia

• La mano ferma

• Cecco del Caravaggio era bresciano?

• Non solo suggestioni

• E adesso?

 

Chi era Cecco del Caravaggio

Cecco del Caravaggio era il ragazzo di bottega, e forse qualcosa di più (vedi qui), di Michelangelo Merisi, il cui vero nome era Francesco Boneri. Di lui si sa poco, solo che era lombardo e che probabilmente aveva dieci o quindici anni in meno del grande Caravaggio, del quale invece si conosce l’anno di nascita, che è il 1571. Partiamo dunque da qui, dai primi indizi che a Gian Maria Cervo sono balzati subito all’occhio. Innanzitutto il nome e ciò che accompagna il nome stesso. Partiamo dunque da “Francesco Boneri bresciano”. Francesco Boneri è il vero nome di Cecco del Caravaggio, che è lombardo. E Brescia è in Lombardia. Abbiamo fatto bingo? Piano. Quanti Francesco Boneri ci saranno stati all’epoca in Lombardia? Quanti Francesco Boneri lombardi sono andati fino in Puglia per un pellegrinaggio?

Veniamo ora alla data, 1600. È plausibile? Abbiamo detto che di Cecco sappiamo solo che aveva dieci o quindici anni in meno di Caravaggio. Caravaggio, Michelangelo Merisi, è del 1571 e nel 1600, quando è stata datata la firma, aveva dunque 29 anni. Cecco di conseguenza ne doveva avere tra i 15 e 19 anni. Un’età compatibile, all’epoca, per essere l’assistente di un artista. L’anno dunque sarebbe essere riconducibile all’ipotetica presenza di Caravaggio e di Cecco a Monte Sant’Angelo.
 

L’iscrizione

 

Il viaggio di Cecco e Caravaggio in Puglia

Ma perché Cecco e Caravaggio sarebbero dovuti andare nel Gargano nel 1600? Le ipotesi formulate, oltre ad avere grande fascino e a stimolare grandi suggestioni, sembrano essere convincenti. Ripartiamo infatti dal contesto e dal 1600. Caravaggio in quei mesi riceve varie committenze, ma le opere che propone, per vari motivi, vengono rifiutate. Ciò rende credibile la sua presenza lì, per due ragioni differenti che emergono da una prima analisi.

La prima è legata proprio alla possibilità che Merisi abbia ricevuto una committenza a Monte Sant’Angelo (il cui risultato è ignoto. È stata realizzata e poi spostata altrove? Non è stata realizzata?) da parte di Francesco Del Monte, suo storico protettore che avrebbe potuto voler lasciare un’opera al Santuario per rendere un doppio omaggio: il primo al Santuario stesso, il secondo ad un proprio antenato. Nel 1507, quasi cento anni prima rispetto al tempo di cui stiamo parlando, un avo di Francesco Del Monte, Antonio, aveva infatti già commissionato un’opera (una statua) per il Santuario. È plausibile pensare allora che abbia voluto commissionare un lavoro a Caravaggio, il quale dunque poteva essere lì in colloquio con qualche prelato per discutere dell’eventuale committenza, mentre Cecco nell’attesa visitava la grotta e incideva il proprio nome sulle pareti.

La seconda ipotesi è invece legata sia alla natura del luogo e che alla serie di commissioni non andate a buon fine in cui era intercorso Merisi in quegli anni. Caravaggio potrebbe essere andato lì insieme a Cecco non per concordare un lavoro, ma per chiedere protezione al Santo a cui è dedicato il Santuario. Ma perché lì e non altrove? Primo, perché il Santuario di San Michele Arcangelo all’epoca era considerato una delle quattro più importanti tappe dei pellegrinaggi di fede al mondo insieme a Roma, Gerusalemme e Santiago de Compostela. Secondo, perché si può pensare che Merisi potesse aver scelto quel luogo come meta di pellegrinaggio perché dedicato a un santo che portava il suo stesso nome. Ragioniamo un attimo infatti sul vero nome di Caravaggio: Michelangelo. Il nome Michelangelo deriva da Michele Arcangelo, che è appunto il santo che protegge il Santuario. Ma perché l’incisione sarebbe a nome di Cecco e non di Caravaggio stesso? Perché funzionava così. Lo stesso Raffaello Sanzio, qualche decennio prima quando andò in visita alla Domus Aurea, non incise il proprio nome, ma lo lasciò fare ai propri collaboratori.

 

La mano ferma

Sulle ipotesi di attribuzione a Cecco dell’iscrizione abbiamo anche raccolto il parere del prof. Enzo Bentivoglio, esperto di storia dell’arte interpellato da Gian Maria Cervo, che ha evidenziato come la tipologia di incisione possa far pensare ad una mano abituata a questo tipo di “lavori”. Un motivo in più che spinge ad approfondire le indagini. “L’iscrizione – scrive Enzo Bentivoglio – ha una valida impostazione confrontabile a quella di una composizione tipografica: quell’accorto decrescere del corpo dei caratteri è l’indizio di un occhio esercitato alle proporzioni. Inoltre il controllo dell’incisione dei caratteri dimostra una mano ferma”, quindi esperta.

Non solo. La tipologia di carattere utilizzato lascia intendere che la data possa essere davvero 1600 e che non sia una burla. “Il disegno dei caratteri – ancora Bentivoglio – con la particolarità della N con il tratto inclinato retroverso; il fatto che abbia scritto GIVGNIO, con la V invece della nostra U, e altre particolarità (come fare precedere la data dalla lettera A, quasi fosse un’epigrafe sepolcrale), invitano a considerare la scritta effettivamente riconducibile all’anno 1600”.

 

Cecco del Caravaggio dunque era bresciano?

Torniamo al nome. Ci chiedevamo, quanti Francesco Boneri bresciani o bergamaschi esistevano all’epoca. La domanda, alla luce di quanto sostenuto da Enzo Bentivoglio, si fa ancor più specifica: da chiedersi allora è quanti Francesco Boneri lombardi esistevano nel 1600 ed erano anche artisti. E quanto è probabile il fatto che ne potessero esistere contemporaneamente più di uno?

 

Non solo suggestioni

Alla luce di quanto esposto l’ipotesi, che alla prima vista di Gian Maria Cervo pareva una bellissima e affascinante coincidenza, nelle ore successive si è molto sviluppata. E se all’inizio c’era “una possibilità su mille” che Cervo avesse scoperto che “Cecco sia passato per Monte Sant’Angelo”, come scriveva Cervo stesso, oggi si può parlare già di qualcosa di più. Non di certezze, ma di ipotesi da prendere in considerazione seriamente sulle quali si potrà approfondire. E se così dovesse essere, Cervo avrebbe scoperto non solo la presenza a Monte Sant’Angelo di Cecco del Caravaggio, ma anche la sua origine bresciana, fino ad oggi ignota con questa precisione. Una (eventuale) scoperta che è ancor più affascinante considerando il contesto in cui è avvenuta: ovvero durante un’escursione nata nell’ambito di una residenza artistica, di fatto dedicata allo stesso Cecco del Caravaggio, ma non solo.

 

E adesso

“Tutto ciò è curioso – commenta il drammaturgo Gian Maria Cervo – perché avviene in un anno in cui Quartieri dell’Arte aveva già in mente di realizzare un progetto su Cecco del Caravaggio che sarà protagonista di un corto cinematografico e di uno spettacolo teatrale”. Di fatto, a prescindere da quella che sia la verità, anche questa eccezionale coincidenza è una storia a sé, che vale la pena raccontare.

 

A Viterbo c’è un affresco di Cecco del Caravaggio. Si trova a Villa Lante ma in pochi a Viterbo lo sanno.

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