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Centrosinistra, Mongiardo: “Sconfitta culturale, non difficile da prevedere”

Centrosinistra, Mongiardo: “Sconfitta culturale, non difficile da prevedere”

Il risultato delle elezioni amministrative di Viterbo è il frutto maturo di una sconfitta anche culturale di tutto il centrosinistra, che già all'indomani del risultato catastrofico delle elezioni politiche non era difficile prevedere.

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Dopo gli interventi di Leonardo MicheliniFrancesco Berni e Andrea Vannini ecco Melissa Mongiardo. Il tema è la crisi del Centrosinistra. Inviateci i contributi a [email protected].

 

di Melissa Mongiardo

Il risultato delle elezioni amministrative di Viterbo è il frutto maturo di una sconfitta anche culturale di tutto il centrosinistra, che già all’indomani del risultato catastrofico delle elezioni politiche non era difficile prevedere. A Viterbo, come in tante altre realtà dove il Partito Democratico e la sinistra venivano da un’esperienza di protagonismo, si è appalesato in tutta la sua cruda realtà il fallimento di una politica autoreferenziale più accorta a mantenere posizioni di potere che ad ascoltare le istanze dei cittadini. Parole come inclusione, partecipazione, confronto ed elaborazione politica sono state – più che ispirazione dell’azione amministrativa – slogan elettorali adoperati per condire proposte politiche frutto di scelte lontane dagli interessi dei cittadini. All’indomani della sconfitta del 4 marzo, nel Partito Democratico non è stato promosso alcun momento di confronto e analisi della sconfitta, preferendo lasciare spazio a scelte dettate dalle frizioni politiche e ben distanti dall’interesse per la collettività.

E questo, nostro malgrado, ha portato il Partito Democratico a dividersi e a non riuscire a fare tesoro dell’esperienza del suo capitale umano e politico e a correre diviso, con due idee di politica e due visioni di città diverse. Senza entrare in letture politiche del tutto personali, la corsa di Francesco Serra è stata una battaglia di dignità, una battaglia che dopo 5 anni difficili in Consiglio Comunale aveva con sé uno straordinario messaggio: c’è un’altra possibilità di fare, l’alternativa passa dall’umilità di spendersi per la propria comunità ripartendo dal basso.

Per questo la scelta di non ricandidarmi non è stata certo dettata dalla contingenza degli accadimenti degli ultimi mesi, quanto resa quasi obbligatoria da una questione – che in altri tempi si sarebbe definita ‘morale’ – circa la missione della sinistra nel suo senso più ampio. Ci sono momenti, nella vita politica di una persona, in cui si deve fare uno sforzo di astrazione ed osservarsi nell’azione politica dal punto più distante possibile e vedere, con uno sforzo di lucidità, il progredire della propria azione rispetto all’orizzonte cui si tende.

E dunque, in una sinistra che ha smarrito la sua identità e la sua spinta propulsiva, in una sinistra che ha rotto il legame con il suo elettorato ed ha smesso di rispondere alle esigenze degli ultimi, la consapevolezza di non poter rappresentare le istanze dei cittadini, in un quadro piuttosto confuso, impone – non senza dolore – di fare un passo di lato. La sinistra, ed il centrosinistra, ha un’urgenza cui non può venire meno: rigenerarsi. Rielaborare gli assi strutturali del riformismo ed attualizzarli. Ricucire un rapporto con gli ultimi,  rivendicare il diritto al lavoro e non quello all’assistenzialismo rincorrendo i populisti sul campo dei sussidi. Un centrosinistra largo, civico, radicato nel territorio e lontano da interessi di piccolo cabotaggio che scambiano il consenso della politica per merce di sussistenza.

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