Backstage – Quel terribile mal di vivere…

Backstage – Quel terribile mal di vivere…

Instupiditi dalle continue e ripetitive presentazioni di candidati (tutti bravi, tutti belli, tutti pronti a far qualcosa per questa terra ché gli altri finora mai hanno tentato neppure di abbozzare...), a molti è sfuggito un fenomeno che invece merita di essere analizzato: tanti, troppi suicidi in queste ultime settimane

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Instupiditi dalle continue e ripetitive presentazioni di candidati (tutti bravi, tutti belli, tutti pronti a far qualcosa per questa terra ché gli altri finora mai hanno tentato neppure di abbozzare…), a molti è sfuggito un fenomeno che invece merita di essere analizzato: tanti, troppi suicidi in queste ultime settimane. Episodi che spesso hanno coinvolto anche persone di età abbastanza giovane. Di fronte a tali fenomeni, si resta sgomenti. Non ci sono parole e non ci sono argomenti per capire, o almeno tentare di farlo. Non c’è alcuna pretesa di natura sociologica nel provare ad addentrarsi in vicende, ognuna delle quali molto probabilmente nasconde motivazioni differenti (in certi casi sconosciute anche alle persone più vicine alle vittime) ma che in comune hanno il denominatore dell’isolamento. Non si decide di farla finita se si è normalmente inseriti nel contesto sociale, familiare e lavorativo. Non è una sentenza, ma semplice costatazione figlia del buonsenso.

Che cosa, più o meno improvvisamente, scatti nella mente fino a portare al gesto estremo, è complicatissimo da individuare. Talvolta delusioni nel campo degli affetti o dei rapporti interpersonali; altre, le difficoltà di inserimento  nel mondo del lavoro nel quale con sempre maggiore difficoltà si entra, ma dal quale si può uscire in maniera repentina, spesso senza opportuni ammortizzatori sociali e soprattutto senza concrete possibilità di reinserimento in altri ambiti. Ancora, la mancanza di un’opportuna rete di amici con i quali poter parlare, sfogarsi, anche piangere se necessario. Tali “motivazioni” costituiscono soltanto indicazioni generiche sulla molla che ad un certo punto scatta e porta all’autodistruzione. Sicuramente ce ne sono anche altre, ma il vero problema non è tanto comprendere che cosa si scatena nella mente di persone oggettivamente fragili, quanto come si arriva al gesto senza ritorno. In altre parole, la società (cioè tutti noi) in tutte le sue articolazioni (enti, istituzioni, famiglia) ha colpe se non è riuscita ad utilizzare in tempo un cordone di sicurezza e una rete di protezione nei confronti di uomini e donne che molto più di altri avrebbero avuto bisogno di aiuto e di sostegno? La risposta non può che essere affermativa.

Se, di fronte ai drammi della solitudine e dell’emarginazione (sociale, affettiva, lavorativa), non si trovano per tempo gli antidoti giusti, i rischi aumentano, per di più amplificati da quell’effetto di emulazione che purtroppo sempre fa capolino. E’ il mal di vivere, direbbe qualcuno. Troppo semplice cavarsela così. In tempi in cui si fa fatica ad accettare chi è diverso (per colore della pelle, per religione, per orientamento sessuale…) e in cui, per di più, si tende ad emarginare chi non è abbastanza al passo, non ci si deve poi sorprendere se qualcuno (più fragile dentro) decide di farla finita. Un gesto estremo che non si riuscirà mai ad accettare, se non quando non ci si renderà conto che un po’ di colpa l’abbiamo davvero tutti.