Backstage – Candidature, per fortuna sta finendo

Backstage – Candidature, per fortuna sta finendo

Mettiamoci l'anima in pace e rassegniamoci: mancano ancora pochi giorni e con un po' di pazienza aggiuntiva anche il tormentone delle candidature a sindaco finirà finalmente. Sabato prossimo (12 maggio) si chiude: era ora. Perché onestamente non se ne può più dei quotidiani contorcimenti per individuare il nome giusto

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Mettiamoci l’anima in pace e rassegniamoci: mancano ancora pochi giorni e con un po’ di pazienza aggiuntiva anche il tormentone delle candidature a sindaco finirà finalmente. Sabato prossimo (12 maggio) si chiude: era ora. Perché onestamente non se ne può più dei quotidiani contorcimenti per individuare il nome giusto. E’ soprattutto il centrodestra a continuare a sfogliare i petali di un fiore che si vorrebbe unitario e che, invece, comunque andrà a finire non potrà non aver lasciato strascichi, con possibili ripercussioni nelle urne. Il centrosinistra, anzi il Partito democratico, accompagnato dalla pattuglia dei Mo.Ri. (che è poi un’altra costola fioroniana visto che è guidata da Stefano Bonori, fedelissimo dell’ex ministro) e da una non meglio identificata schiera di civici, se l’è cavata con la designazione bulgara di Luisa Ciambella. Nome rispettabilissimo e candidata sicuramente qualificata, ma sulla quale non sembra proprio che possa convergere la totalità dei dem.

Naturalmente, la Pravda di Pianoscarano (alias, ilviterbese.it) sorvola su queste concrete divisioni scegliendo solo di sfruculiare con costanza gli avversari del centrodestra: alla querelle tra Usai e Arena, ad esempio, il blog che fa capo a don Peppe Fioroni dedicava 4 articoli venerdì e ben 5 ieri. Tutti naturalmente e rigorosamente non firmati. Già, perché i giornalisti (?) che vi operano non ci mettono la faccia. E qui  – come già sottolineato tempo fa da Backstage – le ragioni possono essere due: o si vergognano di quello che scrivono o, per motivi inconfessabili, non possono vergare i loro preziosi e imperdibili elzeviri. Come che sia, una faccenda che sottrae ulteriore credibilità ad una categoria già massacrata e vilipesa da tanti avventurieri e incapaci che si improvvisano “reporter” e che invece farebbero assai meglio a dedicarsi esclusivamente all’attività da cui traggono il loro sostentamento. Tanto per dire, in Germania (ma anche in altri Paesi del globo) per potersi fregiare del titolo di “giornalista” bisogna dimostrare che almeno il 50,1% dei propri introiti deriva da attività giornalistica. In parole povere, si è giornalisti solo se si fa questo lavoro e si vive di esso. I tedeschi saranno pure antipatici, ma sicuramente sono seri.

Tornando alla questione principale, non resta che attendere serenamente che si chiuda il valzer delle candidature e che finalmente si cominci a parlare di programmi. Ma non la solita squadernata di irrealizzabili promesse: cose concrete e fattibili. Di sogni e di speranze si può soltanto morire.