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Arci Solidarietà: “Il caso di Civitella Cesi faccia riflettere sulle buone prassi dell’accoglienza”

Arci Solidarietà: “Il caso di Civitella Cesi faccia riflettere sulle buone prassi dell’accoglienza”

Arci Solidarietà Viterbo interviene nel dibattito alimentato dal comune di Blera e dai cittadini della frazione di Civitella Cesi, spaventati dell'ipotetico arrivo nel piccolo borgo di un ventina di rifugiati o richiedenti asilo, tanto da chiedere un incontro al Prefetto di Viterbo.

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Accogliere i rifugiati e richiedenti asilo senza creare tensioni sociali, si può e si deve. Arci Solidarietà Viterbo interviene nel dibattito alimentato dal comune di Blera e dai cittadini della frazione di Civitella Cesi, spaventati dell’ipotetico arrivo nel piccolo borgo di un ventina di rifugiati o richiedenti asilo, tanto da chiedere un incontro al Prefetto di Viterbo. Un’ipotesi “permessa” da un bando della Prefettura per la cosiddetta prima emergenza (quella che si mette in pratica nell’attesa del pronunciamento di una Commissione che attesti lo status dei migrante come avente o meno diritto all’accoglienza) che bypassa gli enti locali e non permette la programmazione sul territorio.

“Civitella Cesi – sottolinea il sindaco di Blera Elena Tolomei – ha dimostrato la maturità di una popolazione che comprende il disagio delle popolazioni di migranti e non si pone interrogativi sul colore della pelle o il paese di provenienza, ma sulla gestibilità dell’assegnazione dei richiedenti asilo in un luogo che non ha la possibilità logistica per farlo”.

“Le polemiche e l’attenzione mediatica attratta dalla vicenda di Civitella Cesi – ha invece scritto Arci Solidarietà – devono far riflettere sulle prassi che si possono e si devono adottare quando si tratta di questi argomenti.  Civitella Cesi non è in grado di ospitare i rifugiati e i richiedenti asilo, ma non per questioni legate alla sicurezza dei residenti, non trattandosi di delinquenti, ma semplicemente di persone che scappano e che hanno solamente bisogno di aiuto. A rendere critica questa ipotesi, oltre al sovradimensionamento dell’accoglienza rispetto alla dimensione della comunità di Civitella, è l’assenza sul posto di un presidio sanitario adeguato, la mancanza di collegamenti pubblici con le località vicine e l’assenza di una copertura telefonica efficace. Problemi reali da tenere in considerazione, ma solo insieme alla modalità di accoglienza proposta che non rientra sicuramente in una prassi condivisibile: ovvero quella di ospitare i rifugiati e richiedenti asilo in grandi gruppi presso strutture alberghiere e\o agrituristiche. Le buone prassi, che Arci Solidarietà Viterbo mette in pratica da 15 anni in prima e seconda accoglienza, infatti prevedono che questa venga fatta in piccoli gruppi in appartamento e non in massa presso strutture ricettive”.

Arci Solidarietà poi tira le orecchie anche agli enti locali e alla Prefettura. “La questione di Civitella Cesi deve far riflettere anche sulle modalità con i quali vengono fatti i bandi per la prima accoglienza. In questo tipo di accoglienza infatti gli Enti locali sono completamente tenuti all’oscuro e sono bypassati da chi vi partecipa proponendo la propria offerta alla Prefettura. Anche gli Enti locali occorre sottolineare che però non sono del tutto esenti da responsabilità. È stato lo stesso capo Dipartimento per le libertà civili e l’immigrazione del Ministero dell’Interno Mario Marcone a far avere recentemente una circolare a tutti i comuni di Italia nella quale chiedeva la partecipazione ai bandi per la seconda accoglienza. Un modo, di fatto, per allontanare la possibilità dell’arrivo “in emergenza” di rifugiati e richiedenti asilo in prima accoglienza e per permettere la programmazione dell’intervento”.

Infine sull’allarmismo. “Occorre specificare che il bando (per il quale la Prefettura sta ancora aprendo le buste) assegna l’accoglienza per 360 persone nella provincia di Viterbo. 360 persone su 360.000 abitanti evidentemente non costituiscono un problema sociale e non rappresentano alcuna emergenza per il territorio. Accoglierle in maniera adeguata in piccoli gruppi e rispettosa della loro dignità e di quella delle comunità che le ospitano però è doveroso, oltreché possibile”.

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