Archeoares ed Egidio17: “L’attribuzione a Michelangelo è più che plausibile”

Archeoares ed Egidio17: “L’attribuzione a Michelangelo è più che plausibile”

I relatori della conferenza sulla Crocifissione custodita al Museo Colle del Duomo precisano la loro posizione dopo una nota, che non citano, risultata fuorviante inviata dall’Università della Tuscia

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“L’attribuzione a Michelangelo è più che plausibile”. I relatori della conferenza sulla Crocifissione custodita al Museo Colle del Duomo precisano la loro posizione dopo una nota, che non citano, risultata fuorviante inviata dall’Università della Tuscia (qui) che aveva lasciato qualche dubbio perché “incoerente” rispetto quanto detto durante l’appuntamento del 13 gennaio scorso.

Gianpaolo Serone, Elisabetta Gnignera, Antonio Rocca, Claudia Pelosi e Simona Rinaldi tornano a precisare infatti che allo stato attuale delle ricerche resta più che plausibile l’ipotesi che la tavoletta custodita a Viterbo sia di Michelangelo. La combinazione tavoletta-lettera di Vittoria Colonna (qui e qui) è infatti un legame che suscita molto interesse.

“Allo stato attuale delle ricerche e in considerazione del fatto che la stessa Colonna chiede al Buonarroti se l’autore della tavola sia lui o altri – scrivono – non possiamo ovviamente attribuire la paternità del dipinto a Michelangelo o avanzare il nome di un suo eventuale collaboratore ma sarebbe anche scorretto ritenere il maestro fisicamente e soprattutto concettualmente estraneo all’impostazione dell’opera. Resta comunque più che plausibile l’ipotesi del riconoscimento della tavoletta del Museo Colle del Duomo con l’opera citata nella lettera di Vittoria Colonna”.

 

La nota integrale

A seguito dell’ampio interesse generato dall’incontro del 13 gennaio sulla “Crocifissione” del Museo del Colle del Duomo, in qualità di relatori riteniamo sia utile tirare le somme di quanto presentato come esito degli studi condotti dall’Università della Tuscia in collaborazione con Archeoares ed Egidio 17, con il patrocinio della Diocesi di Viterbo.

L’opera era ed è legata al nome del Buonarroti per via di un testamento del 1725 che ricordava una crocifissione di Michelangelo donata ai gesuiti di Viterbo dal conte Paolo Brunamonti. Questo non poteva assolutamente costituire un elemento probante vista la datazione del documento ma rimaneva la suggestione, rafforzata dalla nota presenza del Buonarroti nella Tuscia, dai rapporti con Vittoria Colonna e con il circolo degli Spirituali o “Ecclesia Viterbiensis”, di un’opera del grande maestro a Viterbo.

L’unica base certa e condivisa dai diversi studiosi pertanto era l’appartenenza dell’opera all’ambito michelangiolesco evidenziata dalla prof.ssa Simona Rinaldi. Per approfondire lo studio e la conoscenza della tavoletta del Museo Colle del Duomo l’unica strada percorribile era quella di iniziare nuove indagini prendendo in considerazione tutti gli elementi dell’opera (paesaggio e abbigliamento) che ancora non erano stati analizzati ed eseguire per la prima volta analisi scientifiche non invasive.

L’analisi del paesaggio ha permesso di individuare una veduta “viterbese” caratterizzata dalla città turrita che ricorda in maniera stringente la zona dell’attuale Porta Faul vista da Nord e dai ruderi assimilabili con il complesso monumentale del Bacucco. L’analisi del vestiario ha invece confermato la datazione alla prima metà del Cinquecento ed ha posto l’accento su un’anomalia riguardo al perizoma del Cristo. Il rosa utilizzato per rendere il panneggio infatti è un colore che liturgicamente è assimilabile con la Pasqua e non certo con la crocifissione ma potrebbe essere legato ad una particolare concezione degli spirituali secondo i quali, la morte del Salvatore era da considerarsi un momento di gaudio perché si compiva la salvezza per fede.

L’intervento di Antonio Rocca ha mostrato che le varianti rispetto allo schema replicato da Venusti corroborano l’idea di un legame tra l’opera e il dibattito immediatamente successivo alla pubblicazione del Beneficio di Cristo, il testo teologico di riferimento più significativo espresso dagli Spirituali. Aggiunge inoltre che la “distanza” con lo stile michelangiolesco, considerati anche i dubbi espressi da Vittoria Colonna sulla paternità dell’opera (…per il che ho risoluta de non volerlo di man d`altri, et però chiaritemi, se questo è d`altri, patientia…), non costituisce ostacolo ma si pone come condizione necessaria per proseguire l’indagine che deve accogliere la complementarietà tra anomalie inspiegabili se considerate separatamente.

Le analisi condotte dalla prof.ssa Claudia Pelosi del laboratorio di diagnostica dell’Università della Tuscia, oltre a confermare una datazione dei pigmenti coerente con la metà del XVI secolo ed il cospicuo uso di lapislazzuli (materiale particolarmente pregiato che testimonia la preziosità dell’opera e l’alta committenza), mostrano immagini non visibili ad occhio nudo ma solo agli ultravioletti o attraverso l’uso di un vetro verde o azzurro, anomalia che solo può essere compresa integrandola con il criptico passaggio con cui la Colonna chiude la sua missiva: “io l’ho ben visto al lume et col vetro et col specchio”.

Allo stato attuale delle ricerche e in considerazione del fatto che la stessa Colonna chiede al Buonarroti se l’autore della tavola sia lui o altri, non possiamo ovviamente attribuire la paternità del dipinto a Michelangelo o avanzare il nome di un suo eventuale collaboratore ma sarebbe anche scorretto ritenere il maestro fisicamente e soprattutto concettualmente estraneo all’impostazione dell’opera. Resta comunque più che plausibile l’ipotesi del riconoscimento della tavoletta del Museo Colle del Duomo con l’opera citata nella lettera di Vittoria Colonna.

Maggiori approfondimenti seguiranno nel volume di prossima pubblicazione.

 

Viterbo, 15/01/2016
Archeoares-Gianpaolo Serone
Egidio 17-Elisabetta Gnignera
Egidio 17-Antonio Rocca
Università della Tuscia-Claudia Pelosi
Università della Tuscia-Simona Rinaldi